La Lvmh dell’alimentare? L’Italia parla soltanto. Bonomi l’ha fatta, ma a Londra
Il Mandarin Oriental di Hyde Park è uno degli alberghi più belli di Londra: all’ingresso dello stupendo palazzo in stile edoardiano, dei primi del 900, tutti i giorni è un via vai di auto di lusso e di turisti mediorientali spendaccioni. Il posto è strategico, affacciato su Knightsbridge: proprio davanti c’è Nusr Et, il fantasmagorico ristorante del cuoco turco Salt Bae con le sue bistecche da 600 Sterline, e i grandi magazzini Harvey Nichols. Poco più avanti l’ancor più famoso Harrods: è il paradiso dello shopping a cinque zeri (per chi se lo può permettere).

C’era un italiano a Knightsbridge….
Per un paio di giorni, nella caotica settimana di Frieze, l’elegante Ballroom (sala da ballo) del Mandarin non è stata affollata dai paperoni arabi ma dal paperone meneghino Andrea Bonomi e dalle aziende italiane: Investindustrial, il fondo di investimento dell’uomo d’affari milanese, ha chiamato a raccolta tutte le società che possiede. Un modesto cartello “AIM 2024” indicava l’evento agli ospiti: circa 30 amministratori delegati si sono riuniti a Londra, incluso Roberto Ardagna, il braccio destro di Bonomi che comanda l’ufficio di New York. L’occasione era di presentare il portafoglio di partecipazioni al mercato e al investitori: una sorta di vetrina per la scuderia Investindustrial.
La settimana scorsa LVMH, la super-casamadre francese che controlla una grossa fetta di marchi del lusso (Gucci, Louis Vuitton, Hermes), un colosso da 20 miliardi di Euro, ha messo nel mirino pure Moncler. E’ forse il primo passo di una possibile scalata: pure i piumini di lusso rilanciati dal geniale Remo Ruffini rischiano di finire in mani straniere. E qui parte la solita solfa.
Ci vorrebbe una Lvmh italiana
Ogni volta che uno straniero si prende un pezzo di lusso in Italia, parte il ritornello: “Ci vorrebbe una Lvmh italiana, anche l’Italia dovrebbe fare come la Francia, avere una grande azienda che controlla i marchi più prestigiosi” notano commentatori ed espertoni. Sarebbe sì necessario che il paese abbia un grande ombrello dove gestire i marchi del lusso, destinati a essere mangiati dagli stranieri man mano che i fondatori anche per salvare l’alimentare italiano, il settore più sensibile, anche quello preda di appetiti stranieri: dalla Parmalat finita ai francesi, al dado Star degli spagnoli, ai gelati Grom olandesi, al Cinzano comprato dai russi, fino alla recente cioccolata Nutkao finita addirittura in Marocco. Lo sento dire da anni, la tiritera della “Lvmh italiana” che tanto non si fa mai, né si farà mai. Ma mentre l’Italia perde in continuazione pezzi di industria e non riesce ad andare al di là della retorica sulla difesa del “Made in Italy”, c’è chi l’auspicato polo dell’alimentare, che tanto servirebbe, se l’ha fatto da solo, lontano dai riflettori. E’ Bonomi, appunto. Solo che la Lvmh italiana l’ha fatta a Londra, non in Italia: Investindustrial ha sede proprio a Knightsbridge, a due passi dal Mandarin Oriental, è l’unico fondo italiano di private equity davvero internazionale (con 11 miliardi di dollari di capitali), e ha messo insieme una decina di marchi alimentari italiani.
La casa dell’alimentare italiano? C’è già
In sordina, senza clamori e senza la politica, Bonomi ha investito in varie aziende italiane dell’agroalimentare: non aspettatevi una fila di marchi super eclatanti, solo un paio, ma c’è tanta industria. Il nome più noto sono i gelati Sammontana, storica azienda di Empoli, in alleanza con la famiglia Bagnoli (unica rimasta a fare gelati in Italia, mentre tutto il resto, a partire da Algida, è finito alle multinazionali). Poi c’è la pasticceria Forno D’Asolo, che fa anch’essa prodotti surgelati e a breve confluirà dentro Sammontana per creare un campione nazionale del “cibo freddo”. Bonomi è oggi il più grosso fornitore dell’industria alimentare in Italia: con Italcanditi, produttore di preparati per i dolci, e CSM, fornitore di ingredienti, di recente uniti nel gruppo Vitalfood, ha un sub-polo a monte della catena di produzione. Ha un piede, bello grande, pure nel mondo delle conserve con La Doria, storica società di Salerno quotata in Borsa che ha rilevato pure il famoso marchio Pomì dalla fallita Parmalat, è tra i principali produttori di passate di pomodoro e succhi di frutta in Italia.

Curiosità industriale: uno dei principali mercati di La Doria è proprio il Regno Unito dove, la filiale locale, sotto la guida di Enzo Lamberti, ha in mano una grossa fetta di alimentare italiano: al suo terminal nel porto merci di Felixstowe, importa tantissimi prodotti italiani (non solo i propri) che poi finiscono sugli scaffali dei supermercati inglesi: nei vari Tesco e Sainsbury’s paste e sughi arrivano grazie a La Doria. Che peraltro è stata agglomerata assieme ad altri due marchi alimentari italo-americani, Quality Pasta Food e Winland, nel gruppo Amalfi, uno dei più grandi fornitori di “marchio privato” per supermercati e negozi.
Alti Cibi, Alte Perdite
La mossa più clamorosa, e famosa, di Bonomi nell’alimentare è stato l’affondo su Eataly. Investindustrial ha comprato dal fondatore Oscar Farinetti la catena di “mercati di lusso”: più che un’acquisizione è stato un salvataggio perché Bonomi si è preso il celebre marchio per 200 milioni di Euro, un prezzo che ha stimato tutta Eataly appena 400 milioni mentre il medesimo Farinetti, sull’onda di ExpoMilano 2015 (quando ebbe gratis dal Governo Renzi il padiglione dentro all’evento), rifiutò sdegnato un’offerta da 1 miliardo da parte delle banche d’affari vagheggiando una quotazione in Borsa, per tutti gli italiani, a una valutazione di 2 miliardi.
Londra, peraltro, è stata l’ultima grande apertura internazionale di un negozio Eataly, nel 2021, con tanto di festa Vip dove il medesimo Oscar si era esibito in un duetto con Gianna Nannini, sulle note di “America”, davanti a una platea di italiani nella City, tra cui l’ex banchiere e super dirigente Massimo Ponzellini che, uscito dalla BPM (che in passato era finita nelle mire di Bonomi) e dagli incarichi dei governi Berlusconi, si era dato alla ristorazione a Londra; il capo di Intesa Sanpaolo a Londra, Alberto Mancuso, figlio del compianto finanziere Salvatore, fondatore di Equinox); e il presidente della Camera di Commercio Alessandro Belluzzo.
All’epoca dell’inaugurazione ne scrissi, mostrando qualche perplessità. Dopo 3 anni, Eataly London non è stato un flop come si temeva, perché è sempre pieno, ma è stato comunque un bagno di sangue per Farinetti, perché aveva dei costi fissi altissimi e margini inesistenti, nonostante la folla. Con Eataly ci si è scottato pure il solitamente bravo Gianni Tamburi, considerato il Re Mida di Piazza Affari. Come sempre, non è mai una questione di bontà di un’azienda ma a che prezzo la si compra: Bonomi, Eataly se l’è presa a saldo. E potrebbe tirarne fuori qualcosa di buono, forte anche delle sinergie con tutte le altre aziende alimentari che ha. La (ex) creatura di Farinetti rimane la migliore vetrina della cucina italiana all’estero. Gli stranieri adorano Eataly, per lo stesso motivo per cui gli italiani la snobbano.

Per finire, Bonomi ha anche messo un piede nella ristorazione “commerciale” in Italia: possiede anche la catena Dispensa Emilia, che serve tigelle e fettuccine al ragù in centri commerciali. E’ guidata da Alessandro Medi, ironia del destino ex dirigente di Luxottica ai tempi di Andrea Guerra, che era transitato proprio in Eataly per un breve e non memorabile periodo, dopo la fuga (altri dicono cacciata) dal gigante degli occhiali.
E’ una bella galassia dell’alimentare italiano, che può giocarsela con i colossi come Nestlè o Unilever. C’è un solo problema: Investindustrial non fa, per sua stessa missione, l’investitore perenne o paziente. Compra e aggrega per poi rivendere. Ma chissà che per una volta non cambi filosofia.
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