JFK, Mussolini e Lema: storia di Grosvenor Square, la piazza “italiana” di Londra
Grosvenor Square è un’elegante piazza di Londra, fuori dai giri dei turisti e degli stessi inglesi: è sotto la super-affollata, e confusionaria, Oxford Street, coi suoi troppi negozi e troppi visitatori, e dietro a un lato di Hyde Park. Nonostante sia quasi sconosciuta, questo piccolo rettangolo di verde tra i palazzi di Mayfair ha una storia affascinante: Stati Uniti e Italia si fronteggiano tra rimandi della Storia e curiosi intrecci dalla Seconda Guerra Mondiale al “Made in Italy”.

Regency e futuri presidenti
Un tempo, nel ‘600, tutta quest’area, che arriva fino a Bond Street, oggi la via delle grandi boutique, era del nobile Hugh Grosvenor, primo Duca di Westminster e Visconte di Belgravia: era un grande proprietario di terreni poco fuori dal centro di Londra, un tempo campagna, oggi pieno centro: da lui il nome della piazza. Verso la metà del Settecento, un discendente fece costruire l’attuale piazza, in pieno stile Regency. Cinquanta anni dopo in uno dei palazzi che si affacciano sulla piazza si trasferisce John Adams, spedito dalle colonie americane a Londra come primo ambasciatore dei possedimenti: sarà uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, assieme a Benjamin Franklin, e diventerà il secondo presidente del paese, il successore di George Washington. La Rivoluzione Americana non è stata fatta a Philadelphia, ma è partita da una piazza secondaria del centro di Londra.
Il vero salto, però, arriva un secolo dopo: Richard Grosvenor, secondo Marchese di Westminster (lui non aveva il titolo di Duca), incarica l’architetto Norman Shaw, la celebrità dell’epoca, di ridisegnare la piazza. Nascono gli edifici che ancora oggi si vedono, ma soprattutto arrivano anche immense rendite: già a metà ‘800 il marchese incassava 14mila sterline all’anno di affitti. Era una cifra enorme, per l’epoca. A fine secolo la somma sale ancora. Ancora oggi i discendenti della famiglia Grosvenor sono i landlord della zona e delle piazza, ma li condividono con Re Carlo III è il proprietario del quartiere, come sua mamma prima: tutta Mayfair, da un punto divista strettamente giuridico, è di proprietà della Corona. Il 30enne Hugh Grosvenor, settimo duca di Westminster, stesso nome del trisavolo ma nato nel 1991, ha ereditato il titolo e i beni immobili di famiglia: nel 2016, i suoi possedimenti, inclusa la piazza, erano stati valutati di 9 miliardi di Sterline.
L’Aquila di Rosewood
Da anni, un lato della piazza è occupato da un cantiere: nel palazzo su lato occidentale aprirà un albergo a Cinque Stelle (Superior) della catena Rosewood, tra i più raffinati al mondo. In queste settimane stanno iniziando a togliere le impalcature e si inizia a intravedere l’edificio, restaurato.
Il futuro albergo super-lusso non è solo l’ennesimo alloggio per Paperoni, come i recenti Peninsula, Great Scotland Yard e Raffles, ma racchiude anche pezzi di Storia: è stato per decenni l’Ambasciata degli Stati Uniti, in uno dei periodi più turbolenti della storia dell’Europa. Il palazzo, unico moderno di tutta la piazza, e sede europea del Generale Heisenower durante la guerra, è stato costruito dall’architetto finnico-americano Eero Saarinen che progettò un edificio di 9 pian, di cui 3 sottoterra per non superare l’altezza degli altri immobili sulla piazza. Sulla facciata, in cima, svetta ancora un’aquila con le ali aperte, larga 10 metri, simbolo del paese. Lì dentro sono passati molti destini del Vecchio Continente degli ultimi 100 anni: per quasi un secolo, dal 1938 fino al 2017, quelle finestre hanno ospitato la sede diplomatica americana.

Dall’ex Ambasciata, che sta riemergendo ora dopo una lunga ristrutturazione, ottanta anni fa partivano messaggi diretti a pochi metri di distanza: dall’altra parte della piazza, proprio sul lato opposto, c’è l’Ambasciata d’Italia, ospitata dentro un elegantissimo edificio storico, scelto dal gerarca fascista, ed ex allievo di Prezzolini, Dino Grandi: lo stesso Benito Mussolini lo aveva spedito a Londra nel 1932, dopo averlo silurato da Ministro degli Esteri per aver troppo flirtato con “l’Inghilterra dei cinque pasti al giorno“. Nel 1940, quando l’Europa è in guerra, con la Germania che ha conquistato la Francia (contro cui anche l’Italia era entrata in conflitto) e con la svastica che sventola su mezza Europa, la ex piazza del duca di Grosvenor diventa uno snodo cruciale dei destini del mondo: la Gran Bretagna (o meglio una fazione politica) voleva la pace con Hitler, perché temeva un’invasione tedesca (che poi sarebbe in effetti arrivata con l’operazione Leone Marino): l’Italia era il crocevia tra le due potenze, con gli Stati Uniti spettatori interessati (nonostante l’isolazionismo inaugurato dall’ex presidente Woodrow Wilson). Mussolini, peraltro, era apprezzato negli Stati Uniti: il presidente, democratico, Franklin Delano Roosevelt ammirava la politica sociale del Duce, tanto che gli storici parlano di un “ParaFascismo” di Roosevelt. Per gli inglesi, poi, il dittatore era da sempre una controparte: i servizi segreti britannici avevano tenuto d’occhio l’ex maestro di Predappio fin dagli inizi e, si dice, finanziarono pure la sua ascesa a Primo Ministro: in Mussolini vedevano un uomo forte contro lo strapotere degli imperi centrali (prima Austria-Ungheria e poi la Germania). Dietrologie o meno, nella primavera del 1940 il Duce era l’interlocutore privilegiato di Lord Halifax, il potente Foreign Secretary, ministro degli esteri, prima del debole Neville Chamberlain e poi del più risoluto Winston Churchill. Mentre il Primo Ministro non voleva piegarsi a Hitler, Halifax lavorava sottotraccia per cercare un accordo con Hitler: The Fox, com’era soprannominato, uno spilungone con un avambraccio posticcio, aveva pronto un accordo tra Gran Bretagna e Germania: l’interlocutore degli inglesi era proprio Mussolini, che era disposto a fare da tramite con Berlino e abrevve covit ilFiuhrer a firmare un documento con cui Hitler avrebbe risparmiato la Gran Bretagna in cambio di concessioni coloniali. Grandi e Halifax si parlavano spesso, in quella febbrile primavera del 1940. Gli americani osservavano tutto, in silenzio, dall’altro lato di Grosvenor Square. La storia è andata poi diversamente: l’orgoglioso e indomito Churchill si rifiuta di scendere a patti col Terzo Reich: “Non si può ragionare con una tigre quando la tua testa è nella sua bocca”. E con l’ormai famoso discorso al Parlamento, quello del “Combatteremo sulle spiagge, per mare e per terra”, porta la Gran Bretagna a opporsi, unica in Europa, al dominio nazista.

Una Stanza Ovale a Londra
La prima sede dell’Ambasciata Americana, che era sempre sulla piazza ma al civico 1, vanta anche un’altra chicca storico-architettonica: ospita una replica esatta dello studio ovale della Casa Bianca. E’ l’unico posto dove c’è la copia dell’ufficio più potente del mondo. Proprio in quella stanza, da bambino, giocava John Fitzgerald Kennedy, il futuro presidente degli Stati Uniti, a tutti noto come JFK: il padre, Joseph Patrick Kennedy, soprannominato Joe, era stato ambasciatore americano a Londra. La replica dello Studio Ovale è diventato una penthouse, un appartamento separato all’ultimo piano, venduta per 140 milioni di Dollari a un anonimo Paperone, qualche anno fa. Dopo che anche la seconda sede dell’Ambasciata è stata lasciata, sette anni fa, l’occasione immobiliare era troppo ghiotta per il gruppo cinese Rosewood: la catena ha deciso di aprire lì un loro secondo albergo a Londra, dove già gestiscono il Rosewood Holborn, dietro Covent Garden, in uno stupendo palazzo Edwardiano: il proprietario dell’immobile “americano”,però, non sono i cinesi ma è l’emiro del Qatar, tramite la società immobiliare Qatari Diar, che ha anche finanziato la riconversione, con un progetto architettonico di restauro da 8 milioni di Sterline. Ed ecco che ritorna il legame con l’Italia: le future 600 camere del The Chancery sono state arredate dal marchio tricolore di design LEMA. L’industria brianzola di mobili di lusso vanta un ricco portafoglio a Londra: sotto la guida di Umberto Salon, Lema ha vinto le gare per arredare gli interni degli ultimi progetti residenziali più prestigiosi, tra cui i 275 appartamenti a The Broadway in Victoria Street, un grattacielo che ha preso il posto della vecchia sede della polizia londinese New Scotland Yard e il recente Great Scotland Uard (a sua volta la precedente sede della polizia). “La domanda di alberghi 5 stelle a Londra è praticamente esplosa dopo il Covid: a cascata è partita una fortissima in competizione per arredare gli alloggi più esclusivi della città” commenta Salon. Dopo le recenti aperture di grandi hotel a Londra, e in attesa anche del primo Waldorf Astoria in Europa (nella vecchia sede dell’Ammiragliato, proprio sul Mall, la via che porta a Buckingham Palace), “c’è un altissima aspettativa per il The Chancery che dovrà superare le eccellenze già presenti a Londra”.

Curiosità di design: accanto all’Ambasciata d’Italia è stato inaugurato un altro progetto immobiliare su una ex ambasciata. La vecchia sede diplomatica del Canada è stata convertita in 35 appartamenti esclusivi dallo sviluppatore indiano Lodha. La penthouse e’ stata venduta recentemente alla cifra di 137 milioni, poco sotto a quella dello Studio Ovale. Da chi sono stati arredati? Sempre da Lama.
Quasi 100 anni fa, su questa piazza l’Italia di Grandi, che poi sarà il responsabile della caduta di Mussolini, la Gran Bretagna di Churchill e l’America di Roosevelt erano al centro della storia. Oggi, sulla medesima piazza, è il Made in Italy a tenere banco. Dalla politica estera al design, è il segno dei tempi.
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