La Brexit compie 5 anni: niente Apocalisse. E perché mai rientrare in una Ue al tracollo?

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La sera del 31 Gennaio del 2020 era un lunedì: erano le ultime ore della Gran Bretagna dentro l’Unione Europea. Dalla mezzanotte, niente più bandiera blu con le stelle, niente più Mercato Unico, controlli alla frontiere. Dopo 45 anni, la Gran Bretagna usciva dalla Ue: era entrata nel 1975 quando ancora era solo la CEE (e funzionava molto meglio). Davanti al Parlamento di Westminster, nella piazza dove c’è la famosa statua di Winston Churchill, il Padre della Patria, era stato montato un grande palco stracolmo di bandiere ingledi: er al fest dei Brexiter, dei due comitati che. IN strada migliagia di persone.

La mattina dopo , a Londra era Business as Usual e per i 70 milioni di sudditi di sua maestà (allora Elisabetta II) fu un normale martedì infrasettimanale. La vita è andata avanti, nessuna delle apocalittiche profezie si è arretrata. Per colpa ‘dell’addio all’Ue, la Gran Bretagna si sarebbe schiantata, travolta da una tempesta: la gente sarebbe stata ridotta alla fame, mentre gli stranieri sarebbero fuggiti a frotte. E’ tutto rimasto com’era.

Nel giorno della Brexit ero arrivato nel Regno Unito da meno di un anno e avevo vissuto tutta la coda finale della tormentata uscita: gli inglesi avevano votato a Giugno del 2016 e dopo quasi 4 anni la Brexit era bloccata, tra polemiche, veti e ricatti vari. C’era voluta la schiacciante vittoria elettorale, a Dicembre 2019, del rampante e “outsider” (nel senso di fuori dal sistema) Boris Johnson (poi vittima di un insensato cesaricidio da parte dei Tory) per sbloccare lo sbarramento che il Parlamento aveva messo in piedi pur di non uscire (o uscire accettando un accoro capestro offerto da Bruxelles).

Come sta oggi la Gran Bretagna a 5 anni dall’uscita dalla Ue? Molto meglio degli altri grandi paesi europei. Ha problemi, certo: economia che langue, immigrazione, criminalità, conti pubblici in dissesto. Ma nessuno di questi è figlio alla Brexit.

United Kingdom leaving the European Union represented in puzzle pieces.

A che ora è la fine del mondo?

Un paio di anni dopo il fatidico addio, d’estate, ero stato invitato alla festa di un fondo d’investimento, a Notting Hill, quartiere della alta borghesia londinese e molto amato anche dagli italiani; e infatti italiano era anche il padrone di casa. L’ambiente era quello della finanza, con tante persone che lavorano nella City. A un certo punto, era comparso anche Matteo Renzi, chiamato a tenere un discorso.

Sulla terrazza, tra i tanti ospiti (incluso Lord Mandelson, grande papaverone laburista oggi ambasciatore inglese a Washington) c’era anche un famoso banchiere d’affari italiano che per decenni ha lavorato per Goldman Sachs e vive a Londra. La moglie, tra un drink e un canapè, si era lanciata in una rampogna contro la Brexit. “Ma lei ha avuto qualche contraccolpo diretto nella sua vita quotidiana?” le chiesi, perché io non ne avevo avuti. La signora, serissima, mi rispose: “Non si trova più la mozzarella di bufala fresca”. Siamo sempre dalle parti della brioche di Maria Antonietta.

La disarmante risposta spiega bene perché l’establishment non voleva (e tuttora non vuole) la Brexit.

La narrazione, a reti unificate, che va in onda da quasi 10 anni ormai, è funzionale all’oligarchia finanziaria di Londra, che per la maggior parte è Europea o comunque non britannica (e al referendum nemmeno votò, non avendo la cittadinanza). Questo gruppo di potere, trasversale alla politica, alle nazionalità e all’età, vede la Brexit come un ostacolo alla globalizzazione, l’humus da cui la TurboFinanza trae sostegno.

Curiosamente, proprio le grandi banche d’affari mondiali, ossia quel mondo che si credeva e riteneva più impattato dall’uscita dalla Ue, è quello che ha sofferto di meno.

Vi ricordate i continui allarmi sulla fuga dei banchieri da Londra? Sono rimasti tutti qua. Sono stati spostati in Europa, dalle banche stesse, una parte minimale di dipendenti. Su 200mila persone che lavorano nel mondo della finanza, circa 2mila hanno lasciato Londra. Paradossalmente, se ne sono andati via più europei per il Covid e, nel caso degli italiani, per il bonus dei Cervelli che per la Brexit.

Dov’è, dunque, la tanto vaticinata diaspora? Non c’è. E il crollo del Regno Unito? Nessuno lo ha visto. La gente ha continuato a fare la vita di sempre: la spesa da Tesco o da Sainsbury’s dove non sono mai mancati i tortellini Rana o la pasta Barilla, a cena nei ristoranti raffinati (a Londra sempre pieni), anche se con un servizio più lento (per la mancanza di camerieri); gli ospedali sono sempre rimasti aperti così come le scuole e le farmacie. I prezzi? Sono aumentati molto, come in tutta Europa, e non per colpa della Brexit.

A guardare i numeri ufficiali dell’economia, la Brexit non ha distrutto l’economia inglese. Negli ultimi anni il PIL del paese è stato sempre più alto del altri paesi europei o in linea (+0,4% nel 2023 contro una Germania in recessione; una stima di +1% lo scorso anno con la Germania ancora in crisi e una Francia sullo stesso livello di Uk).

La bilancia commerciale, che forse ancor più del PIL è un indicatore veritiero dell’economia reale, dice che il Regno Unito esporta in Europa beni per 350 miliardi: è circa il 40% del saldo totale (800 miliardi) tra import ed export e questa percentuale è stabile da anni, da molto prima della Brexit. Anzi, la Gran Bretagna ha deficit commerciale con la UE (di 110 Miliardi), perché compra più beni di quanti gliene venda, mentre con il resto del mondo ha un surplus di 59 miliardi.

Dunque, dal punto di vista dei commerci, gli conviene stare fuori dal Mercato Unico perché così può riequilibrare la bilancia commerciale, attualmente in passivo per “colpa” della Ue.

Eh ma il PIL, controbattono gli anti-Brexit, sarebbe cresciuto molto di più senza l’addio. Sì, no, forse: la storia non si fa coi “Se”. In ogni caso, il dato ci fatto è che il paventato tracollo non c’è mai stato.

I poteri forti contro il Popolo

L’autobiografia di Boris Johnson, il premier della Brexit

Will of the People , la volontà del popolo, è il principio cardine della democrazia. Quando il popolo, tra i due, scelse Barabba invece di Gesù, non risulta che Ponzio Pilato abbia rifiutato o abbia cercato di convincere il popolo d’Israele a cambiare idea.

Invece, dopo la Brexit è partita una furiosa campagna contro il voto: la gente ha votato male, e allora bisogna sovvertirne l’esito, far cambiare idea alle persone. Perchè? Perché la Brexit é stata il primo caso, inaspettato, dove il popolo non ha seguito gli “ordini” del sistema economico-politico-mediatico: ha osato decidere diversamente.

Come ricorda Johnson nella sua autobiografia “Unleashed” (“Lo Scatenato”, lettura piacevolissima per la grande dote letteraria del personaggio), la classe dominante non ha tollerato che la gente abbia “disobbedito”. Due diverse gruppo di potere si sono sovrapposti: un gruppo nazionale, la parte (economicamente più forte) dei Remainer, l’elite locale i cui interessi coincidono con quelli di Bruxelles, il gruppo di potere che ha nel Financial Times il suo portavoce. Il secondo livello, più alto, è quello dell’Unione Europea, terrorizzata alla sola idea che, dopo il Regno Unito, qualche altro paese potesse seguirne l’esempio.

Dunque, bisognava fargliela pagare, alla Gran Bretagna.

La mattina dopo la vittoria del referendum, alla quale avevano contribuito anche Michael Gove, Jacob Rees-Moog, l’eminenza grigia Dominic Cummings, el’altro fronte oltranzista di Nigel Farage e del magnate delle scommesse Arron Banks, il biondo e spettinato Boris lanciò un avvertimento: tutte le volte che i cittadini europei si sono espressi con un referendum sull’Europa, era già successo e fin dal 1992 in Danimarca, Francia, Irlanda e Olanda, e si sono espressi contro una maggiore integrazione, l’UE ha sempre trovato il modo di ribaltarne l’esito, di contrastare la decisione popolare. Lo stesso sarebbe anche accaduto in Gran Bretagna, avvisò. Fu un facile profeta.

Un moderno “Gunpowder Plot”

Il sistema però non si accontenta solo di una narrazione negativa per screditare il paese e del ribaltamento della realtà. Non tollerando che le classi subalterne, ritenute inferiori, possano fare una scelta autonoma, vuole impedire che la Brexit si compia.

Da anni, infatti, aleggia sulla Gran Bretagna il fantasma della BRINO (Brexit in Name Only, una Brexit solo di nome ma non di fatto): ormai il dado è tratto, un secondo referendum non ci sarà mai (anche se per anni è stato proposto e spinto dai media) e allora non rimane che smantellare la Brexit dal dentro, mantenendola solo formalmente).

Sì, è vero, oggi ci vuole il passaporto per entrare in Gran Bretagna, prima bastava la carta d’identità, e per lavorare ci vuole il Visto (cosa che gli altri cittadini extra-europei hanno sempre dovuto avere), ma di fatto una vera e propria Brexit non è mai avvenuta: il distacco totale dalla Ue è stato impedito.

Una sera di Novembre del 1605, un gruppo di insurrezionalisti cattolici, guidati dall’inglese Guy Fawkes che si faceva chiamare Guido per sembrare italiano e dunque cattolico, organizzano un colpo di stato in gran segreto: mettono della polvere da sparo nelle cantine del palazzo di Westminster per farlo saltare in aria e ammazzare tutti i parlamentari, protestanti. Qualcosa di simile, sta succedendo ora.

Il vero problema della Brexit non è che sia stata fatta, ma che non sia stata completata. Oggi il Regno Unito è ancora. metà del guado, perché prima l’agonizzante Governo Tory di Rishi Sunak, un banchiere d’affari dunque anti-Brexit, e poi l’attuale governo Laburista, hanno fatto di tutto, di nascosto come Guy Fawkes, per riavvicinarsi all’Unione Europea, alla quale non par vero di riprendersi una rivincita.

I cospiratori dell’attentato al Parlamento inglese del ‘600

Rientrare nella UE? La peggiore delle idee

A cinque anni dopo l’addio all’Europa dei 27, non c’è alcun serio motivo per cui il Regno Unito debba rientrare nell’Unione Europea. Da questo lato della Manica, non si vede alcun beneficio. Anzi, visto il tracollo di Germania e Francia nell’ultimo anno, perché mai gli inglesi dovrebbero implorare la riammissione in un club agonizzante? E che per ripicca farebbe pagare un conto ancor più salato.

La Ue è oggi in pieno declino, è diventato un Soviet di burocrati che fanno solo regole (vedi le follie ecologiste e la gabbia su AI), l’Euro non è più nemmeno una valuta forte come 20 anni fa, l’industria e la manifattura rischiano di essere spazzate via (quella automobilistica è già mezza morta).

Di fronte alle sfide globali, a Bruxelles interessano gli asterischi per la parità di genere nelle parole, l’inclusione, i tappi di bottiglia e la forma delle prese dei caricatori dei telefonini, il dogma della concorrenza e le talebane ideologie ambientaliste.

Gli inglesi, parte del loro Dna di pirati vichinghi prima e commercianti anglo-sassoni poi, sono da sempre un popolo opportunista e pragmatico, conseguenza anche di essere un’isola. Sono entrati nell’allora Comunità Economica Europea negli Anni ’70 perché all’epoca faceva loro comodo. Furono abili negoziatori nel 1992, al tempo del Trattato di Maastricht, evitando l’Euro e tenendosi la preziosa Sterlina. Altrettanto opportunisticamente, 5 anni fa, sono usciti dalla Ue, con lo stesso cinismo con cui vi erano entrati.

La firma del Trattato di Maastricht, nel 1992

L’addio alla Ue è stata, col senno di poi, la decisione migliore che gli inglesi abbiano preso negli ultimi, visto il tracollo dell’Unione, perché consente, sulla carta, una libertà di manovra sullo scacchiere globale e una velocità di movimento impensabili dentro le rigidità di Bruxelles. Ma questa enorme opportunità non viene colta.

Anzi, il Governo Laburista di Keir Starmer, sotto la silenziosa regia del Re Carlo III, sta smantellando la Brexit dal dentro. Un altro Carlo, Marx, scriveva, sempre da Londra, che la talpa della rivoluzione comunista lavorava silenziosa, sottotraccia. La metafora si adatta perfettamente alla Gran Bretagna post-Brexit del 2025.

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