Enriques, il Savonarola di Oxford: “Ecco perché l’Italia non è competitiva”

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Luca Enriques è il classico economista che ha l’aria del saputello cresciuto, il viso è quello di chi, da bambino, era il primo della classe e non si vergognava di esserlo.

Oggi fa il professore di Legge a Oxford, ha una cattedra all’Università Bocconi di Milano, ma – soprattutto – ha un passato da commissario della Consob, gli sceriffi italiani di Borsa, che l’ha reso famoso: nei cinque anni, tra il 2007 e il 2012, sotto i governi Berlusconi ter e il fatidico Mario Monti, non si fece troppo amare dall’allora presidente Lamberto Cardìa, perché non era un commissario “incline al compromesso”. Il ministro del Tesoro dell’epoca, Tommaso Padoa Schioppa, lo convocò pure a casa sua per riportarlo in riga. Ma niente: lui proseguì dritto per la sua strada. Che lo ho portato lontano dalla palude italica.

L’università di Oxford

L’Italia vista da Oxford

Oggi, dagli storici college di Oxford, osserva il Belpaese con un ulteriore distacco e, in più, dalla patria degli animal spirits del capitalismo: lo vede come un nazione che da anni cerca di attrarre investimenti internazionali (diretti e in Borsa). Ma che fatica sempre a guadagnarsi la stima degli investitori o, meglio, a scrollarsi di dosso pregiudizi e diffidenze. Il motivo è semplice: “La cultura politica è un ostacolo per il rilancio dell’Italia” sintetizza. Altro ritornello che si sente dire da decenni: l’Italia ha enormi potenzialità. Sì, è vero ma da decenni il paese è anche “zavorrato da incrostazioni” da cui non riesce mai a ripulirsi. E quindi il potenziale rimane sempre un potenziale e non diventa un atto.

Gli strali contro il Sistema Italia echeggiano dentro la medievale Harmourer’s Hall, antico palazzo nella City dove un tempo si riunivano i fabbri di armi e oggi è circondato dagli enormi grattacieli della finanza. E quegli strali suonano perfetti pronunciati nel posto che è il sancta sanctorum del libero mercato.

Un paese attrattivo?

L’Italia si è aperta al mercato negli Anni ’90, dopo Tangentopoli e per l’adesione all’Euro, con la fine dello Stato Imprenditore e dei “Panettoni di Stato”, quando il pubblico controllava pure la Pavesi-Motta-Alemagna. Ma 30 anni dopo, non è poi cambiato molto, osserva Enriques invitato a parlare come ospite del Business Club Italia presieduto da Giovanni Sanfelice: nonostante i progressi quello italiano rimane un capitalismo chiuso, dominato da pochi gruppi di potere che piegano regole moderne, spesso anche giuste, a loro favore. Mentre le minoranza, risparmiatori e investitori istituzionali (quei pochi che si affacciano), sono a loro volta sempre relegati al ruolo di “parco buoi”.

Un primo e grosso freno allo sviluppo di un mercato moderno e di un’economia di mercato è la Giustizia: “La cultura giuridica italiana è incompatibile con un paese avanzato. Non c’è riconoscimento dell’autonomia privata”. Un esempio, quello del Venture Capital: i capitali di rischio per aziende in embrione sono linfa vitale in tutto il mondo, ma in Italia i contratti che li regolano, che sono standard in tutti i paesi, non sono applicabili al nostro Diritto Societario. “La struttura giuridica disfunzionale è il frutto di un sistema bancocentrico, che non vuole altri soggetti a gestire finanziamenti e capitale per le imprese perché altrimenti perderebbe potere; e di un ancor più radicata ideologia anti-mercato che affonda le radici nella cultura cattolica”.

In un sistema inefficiente, prosperano le “lobby degli intermediari”, quelli che negli Anni ’70 si chiamavano i “corpi intermedi”.

Piazza Affari a Milano. (Foto Alamy)

Golden Power, l’inglese che non esiste

Gli investimenti diretti di stranieri in Italia si trovano anche di fronte a un altro ostacolo: il Golden Power, un potere di veto del Governo su aziende strategiche e sensibili, pubbliche e private. E’ una espressione inglese che però in inglese non esiste, nè come concetto e nemmeno come termine del vocabolario: “Ci sono tante aziende italiane che fanno gola, ma l’Italia si è inventata il Golden Power, che è negativo già di per sè ma che lo è ancora di più per come viene usato, a totale discrezione politica. I casi Pirelli-ChemChina e Ion-Prelios sono emblematici”.

L’Italia è il paese con più regole per tutelare i soci di minoranza, aspetto essenziale per avere una vera economia di mercato, ma “li tutela male”.

“Avere tante regole non significa avere un sistema efficiente”. E il ginepraio di leggi e leggine, spesso in contraddizione tra loro, sono l’emblema più efficace dell’Italia.

Business Club Italia, Luca Enriques, Oxford, Piazza Affari





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