Le sanzioni contro Mosca a Londra sono un lusso. L’Italia sega il ramo dove sta seduta

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L’Inghilterra sta annientando, economicamente, la Russia. Con una certo tono compiaciuto, la mastina Liz Truss, il ministro degli Esteri britannico, ha annunciato nuove sanzioni contro il sanguinario Vladimir Putin.

La nuova parola magica, che piace in tutta Europa, Brexitari inclusi, è embargo: il Regno Unito, ancora una volta per primo nel Vecchio Continente, ha varato il divieto totale per tutte le materie prime russe, entro la fine dell’anno: niente gas, niente petrolio, niente carbone da Mosca. E’ anche ormai una “Caccia alle Streghe”: centinaia di cittadini russi finiti nel mirino del Governo, con beni congelati, passaporti annullati.

Photo by Michael Parulava on Unsplash

La medesima Truss, che prima dello scoppio della guerra in Ucraina, fu spedita da Boris Johnson in Russia, a farsi massacrare (com’era prevedibile) dal ministro Sergei Lavrov, un’astuta mossa del premier per togliersi di mezzo un inquilino alternativo a Downing Street, oggi esulta per la “Guerra Finanziaria” contro l’ex Unione Sovietica. E snocciola i dati del successo: 1.200 russi colpiti da sanzioni nel Regno Unito; 79 oligarchi espulsi, con i loro beni sequestrati o bloccati. Le misure draconiane avrebbero congelato 275 miliardi di dollari. Più della metà (il 60%) delle riserve russe in valuta straniera sono state “sterilizzate”.

C’era una volta Londongrad

Gli ultimi strali del Governo di Sua Maestà si sono abbattuti contro Katerina Vladimirovna Tikhonova e Maria Vladimirovna Vorontsova: sono le figlie del presidente russo Putin. Sul loro capo, senza sapere come la pensino sul loro controverso padre (grazie al quale fanno la Dolce Vita a Londra), sono piovuti il divieto di ingresso e il blocco dei beni. Come sono lontani i tempi d Londongrad, quando i miliardari russi scorrazzavano, indisturbati e graditi, per Londra.

Nei primi anni Duemila Londra era diventata l’approdo dei capitali russi. A centinaia, oligarchi o semplici benestanti, hanno comparato case milionarie, auto di lusso, gioielli e capi firmati. Erano una presenza fissa nei ristoranti stellati, facevano shopping compulsivo nei grandi magazzini, da Harrod’s a Selfridge’s; e nelle boutique di Bond Street e Sloane Square. C’è un episodio emblematico di cosa fosse la Londra dei capitali russi: una rissa davanti ai negozi di Hermès e Dolce&Gabbana, nella lussuosa Knightsbridge, tra Roman Abramovich e Boris Berezovksy (tutti i particolati in questo mio articolo per il Sole 24 Ore).

Gangster o no, i miliardi russi hanno fatto molto comodo a Londra, sono una voce consistente dell’economia del paese. D’altronde, come già sapevano gli antichi romani duemila anni prima degli imperialisti inglesi (detto senza giudizio morale), Pecunia non Olet. Principio che, da bravi pragmatici quali sono, gli inglesi hanno appunto copiato. Ma ora il vento è cambiato. O almeno così pare.

A chi fanno davvero male le sanzioni?

Dal 24 Febbraio, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, il Regno Unito ha sanzionato le banche russe per un valore di 500 miliardi di sterline; i singoli oligarchi e loro famiglie. Tutti questi miliardi, però, non stavano che in Russia e, dunque, si è andati colpire al cuore la macchina della guerra di Putin. Erano, invece, capitali localizzati a Londra, o nel Regno Unito: soldi che, piaccia o no, facevano girare l’economia britannica (o italiana). Quelli congelati saranno pure soldi sporchi di sangue, ma sono anche posti di lavoro di negozi, di uffici, di ristoranti: persone che lavoravano nell’indotto degli oligarchi ma che nulla hanno a che fare con loro. Piangono, per esempio, le decine di musei, e gallerie di Londra, istituzioni culturali che hanno beneficiato delle generose donazioni di Abramovich & company. Non erano donazioni spontanee, servivano agli oligarchi per ripulirsi l’immagine, ma con quei soldi sono stati pagati migliaia di stipendi e sono state tenute in piedi organizzazioni, dalla Somerset House alla Serpentine Gallery, che altrimenti farebbero fatica a stare in piedi. Il caso della Shell, costretta a fare una frettolosa e imbarazzante marcia indietro sul petrolio comprato dalla Russia, è una tegola da 5 miliardi sterline. E’ solo il primo di una lunga serie di magagne che le sanzioni causano, indirettamente, alle multinazionali occidentali. Il conto del “buonismo” a tutti costi, dell’ideologismo che prevarica la realtà, sarà salato. Ma non sarà uguale per tutti.

Lo yacht dell’oligarca russo Melnichenko, sequestrato a Trieste.

Retorica & Interessi Nazionali

Embargo è una parola che regala titoli di giornali. Boris Johnson la cavalca con il suo grande fiuto politico: si è piazzato alla testa del blocco occidentale contro la Russia: un ruolo che lo salvato in casa, dalle rogne che rischiavano di ammazzarlo politicamente; e lo ha rinsaldato tra i leader europei più decisionisti. Imitando il suo idolo Winston Churchill, la Storia gli ha offerto un altro “Impero del Male” contro cui scagliarsi, con tutta la retorica possibile. Lo fa, però, perché se lo può permettere: l’Inghilterra non dipende dalla Russia per le materie prime; e quello che ha da perdere, l’indotto dei miliardi di Londongrad, facilmente recuperabile. La retorica, al limite dello stucchevole, di Boris contro la Russia, inclusa la visita a sorpresa a Kiev, alimenta la crociata dell’Europa, a qualsiasi costo. Ma dietro gli annunci roboanti, gli interessi nazionali sono ben saldi e intatti.

L’Europa sta scoprendo, con ritardo, che le sanzioni sono un boomerang. Nel caso del Regno Unito, però, è un boomerang che fa poco male e porta molti benefici, di immagine. Come dietro gli squilli di tromba dell’embargo, tutto forma e poca sostanza: la Gran Bretagna importa dalla Russia appena il 4% del suo fabbisogno di gas. “Ti piace vincere facile”, come lo spot della Sisal: è semplice così annunciare draconiane misure. Per il Regno Unito, che che la natura ha graziato di abbondanti materie prime, dal carbone al petrolio, l’indipendenza energetica è realtà. Oltre alla natura, poi, ci ha visto lungo anche la politica: il nucleare non è stato puerilmente bandito come in Italia. Londra può permettersi il lusso di punire, in modo plateale, la Russia; può staccare il rubinetto. Anche perchè Londra ha un grande vantaggio: è una megalopoli davvero globale. Per una villa di un oligarca che viene venduta, c’è la fila di compratori stranieri. Per un Abramovich che deve abbandonare il Chelsea FC, altri miliardari globali sono già alla porta, pronti a prenderne il posto. Dopo aver prosperato grazie a Londongrad, la capitale non faticherà a trovare altri capitali.

Il suicidio dell’Italia

Lo stesso non si può, purtroppo, dire delI’Italia, solito paese campione di auto-sabotaggio. La retorica sulla crisi Ucraina è ancor più forte di quello inglese, ma gli interessi nazionali sono del tutto dimenticati. Roma non è Londra. Il Belpaese dipende totalmente dalla Russia per il gas, che non serve solo a tenere accesi i condizionatori d’aria, ma soprattutto a tenere in piedi le industrie e le fabbriche: senza, il paese è spacciato. Il gas russo, nonostante i grandi proclami sull’Algeria, non si rimpiazza in poco tempo, né facilmente. Le forniture di gas per l’Italia ci sono solo fino a ottobre. Per il dopo, nessuno sa.

Già si intravedono le prime avvisaglie: il 2022, che era atteso come un secondo anno di crescita del Pil (anche se il 2021 era stato più un rimbalzo tecnico dopo il crollo del Covid), è già stato ridimensionato a un anno di stagnazione. Una nuova recessione è dietro l’angolo.

Purtroppo l’Italia non ha la capacità di attrazione del Regno Unito: se la Sardegna perde il il turista russo, che per anni ha riempito gli alberghi della Costa Smeralda, non c’è nell’immediato un altro turista straniero con cui sostituirlo. Chi esulta per gli yacht degli oligarchi russi sequestrati nei porti guarda solo all’immediato, senza preoccuparsi delle conseguenze future.

Le sanzioni e la bandiera dell’embsrgo contro la Russia sono un lusso che la Gran Bretagna può concedersi. L’Italia, invece, sta segando il ramo dove sta seduta. Come sempre ha fatto nella sua storia, purtroppo.

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