All’Italia servirebbe una Brexit (ma non si può). L’anno fatale 1992 tra Euro e Falcone

Condividi l'articolo

Nell’autunno del 2019, a Londra, nella piccola Kandinsky Room dello studio legale Hodge Jones & Allen, dietro la stazione ferroviaria di Euston, si erano radunati alcuni dei cervelli più liberali d’Europa: Giorgio La Malfa, politico ed economista, presentava a Londra la nuova traduzione in italiano della “Teoria Generale” di John Maynard Keynes, che era appena stata pubblicata nella collana cult “I Meridiani” della Mondadori. Il padre della Spesa Pubblica (ma produttiva, non parassitaria) è quantomai attuale in tempi di Covid e Guerra, che richiedono massicce dosi di aiuti pubblici e hanno visto il prepotente ritorno dello Stato sulla scena.

Questo matrimonio non s’aveva da fare

Tra gli ospiti c’era anche l’economista Martin Wolf, firma di punta del Financial Times: all’epoca in Italia e era appena caduto il governo di Giuseppe Conte, sostenuto da Movimento 5 Stelle e dalla Lega di Matteo Salvini, ed era anno il Conte Bis, con M5S e Pd. Il paese era attraversata da forti spinte anti-europee e sovraniste . Alla domanda su cosa pensasse dell’Italia e dell’Euro, Wolf ha dato la migliore e più sintetica risposta: “Un matrimonio infelice, senza possibilità di divorzio”. Semplice e laconico. L’Italia paese di tanti Don Abbondio avrebbe dovuto per una volta fare come il famoso prete dei Promessi Sposi: ubbidire ai Bravi e non fare il matrimonio. La storia è andata diversamente.

1992: la Serie (ma non c’entra Stefano Accorsi)

In Italia, nel 2022 cade il trentennale della Strage di Capaci: una sera di fine maggio del 1992, il giudice Giovanni Falcone viene fatto saltar in aria col tritolo mentre viaggia con la scorta dall’aeroporto verso Palermo: l’esplosione è così forte che salta in aria anche l’autostrada. La Mafia uccide non solo d’estate ma in qualsiasi stagione. E forse uccide pure in combutta con lo Stato.

Ricordo benissimo l’evento: ero all’ultimo anno di Liceo Classico e stavo studiando per gli Esami di Maturità e tenevo la radio in sottofondo. Non era l’epoca dei telefonini: all’improvviso la musica fu interrotta per dare l’annuncio dell’attentato. Agli occhi di un 19enne, l’Italia pareva un paese sull’orlo del baratro, agli occhi di un 19enne. Ma il vero evento fatidico del 1992 era già successo, mesi prima. Nessuno se n’era quasi accorto.

Per il 1992 è sui libri di Storia come il terribile anno nero per l’Italia (e anche per la Regina Elisabetta che nel 2022 festeggia i 70 anni di regno, il Giubileo di Platino): scoià Taeotili e la Mafia va all’attacco del paese uccide due figure simbolo della lotta alla criminalità. Trent’anni dopo, nel 2002, grandi celebrazioni per ricordare la figura eroica del magistrato, anche tra molta ipocrisia di quello Stato che Falcone non l’ha protetto abbastanza. Il 2 giugno del 1992, una settimana dopo gli attentati, il Britannia, il panfilo della Regina Elisabetta, attracca a Civitavecchia: a bordo salgono grandi funzionari pubblici, tra cui il futuro premier Mario Draghi, per parlare di “privatizzazioni”; si smantella l’economia di Stato.

Ma il 1992 andrebbe anche, e soprattutto ricordato per un evento ancor più epocale per la storia del paese: il Trattato di Maastricht. A febbraio, pochi mesi prima le stragi mafiose, l’Italia firma un accordo, salutato allora come l’alaba di un radioso avvenire, ma che, 30 anni dopo, è un cappio al collo del paese: pensato per rendere i paesi virtuosi nei loro conti pubblici, con i famigerati parametri, si rivela sempre più inadatto e algidamente “contabile” per un paese geneticamente indisciplinato come l’Italia. Primo vagito della futura Unione Europea, per il paese è stato l’inizio di un declino lento ma finora inarrestabile. Da lì, poco a poco, l’Italia ha iniziato a impoverirsi, un piano inclinato di cui non si vede un’inversione. “Funesto è a chi nasce il Dì Natale” cantava Giacomo Leopardi nel ‘700. Qualcosa di simile è successo all’Italia: meglio sarebbe stato non entrare nell’Euro, come fece, con intelligenza, l’Inghilterra, tenendosi stretta la sua sterlina. La moneta unica è il peccato originale.

Euro o Non Euro

Al Business Club Italia, il think tank inglese diretto da Giovanni Sanfelice e Sidney Ross, un recente dibattito con il professor Luigi Zingales, economista della Chicago Booth University, ha riportato in auge il dibattito sull’Euro: ha fatto bene o no

Zingales ha scrito ndi unbel saggio sul tema. Dove già ammoniva l’Italia: l’Euro può essere una grande opportunità, ma solo se il paese saprà sanare i suoi difetti. Altrimenti l’Euro si rivelerà un disastro.

Il libro sull’Euro pubblicato da Luigi Zingales nel 2014

Questo succedeva prima del Covid e della Guerra in Ucraina che hanno prostrato ancora di più l’Italia, da 30 anni fanalino di coda dei paesi europei, con un Pil anemico, e ora sempre più ultima della classe. Il pessimismo del professore risaliva al 2014: dieci anni dopo quel libro, la situazione non è migliorata, ma anzi peggiorata per il paese. I problemi rimangono sempre irrisolti anche con l’eccessivamente riverito Mario Draghi, accolto come l’ ennesimo salvatore della patria.

La medicina sbagliata

Il problema dell’Italia non è l’Euro in sé. Ma l’Euro, però, è un problema per l’Italia. Invece di far fare quel salto di qualità al paese, la moneta unica, con le sue regole rigide applicate unite al paternalismo di Bruxelles, che vede Italia come lo scolaro somaro da educare, ha acuito le ataviche storture del paese. L’Italia ha bisogno di una medicina, ma l’Unione Europea non è la medicina adatta. Allo stesso tempo, la moneta unica è come un club dove l’ltalia fa sempre più fatica ogni anno che passa a pagare la tassa di iscrizione. Il nodo di far parte in un club esclusivo, non è tanto l’ingresso, la prima volta, ma essere poi in grado di rimanerci.

La soluzione ci sarebbe, ed è pure semplice: basta non rinnovare l’iscrizione al club. Solo che, nel caso della Ue e dell’Euro, il club è congegnato in modo tale che chino si può più uscire, una volta entrati. L’Unione Europea è una buona idea, sulla carta, ma nata male e cresciuta peggio.

L’Euro ha regalato, nei primi 5 anni, stabilità e un clima di fiducia e ottimismo, ma poi sono affiorati i costi e i problemi, che stanno iniziando a superare i benefici. Il primo costo è stato sui salari: gli stipendi dell’Italia sono i più bassi d’Europa e negli ultimi 30 anni sono addirittura scesi del 3%, mentre tutti gli altri paesi sono saliti.

Con la moneta unica, a cambi fissi, l’Italia non ha potuto più fare le “svalutazioni competitive” della Lira, come ha fatto per tutti gli anni ’80. E allora ecco che per “compensare” il sistema economico ha svalutato i salari: Per poter stare al passo, dentro al meccanismo diabolico della Ue, l’Italia è stata costretta a snaturare sé stessa. E a far pagare il conto al ceto medio, che ogni anno vede erodere il suo benessere e diventare un po’ più povero.

Quando l’Italia entrò nell’Euro, il debito pubblico era più basso di quello del Belgio: 25 anni dopo, il Belgio è percepito come un paese più affidabile e solido dell’Italia. L’Euro non funziona per l’Italia.

Il Male Oscuro

I problemi dell’Italia sono iniziati ben prima dell’Euro, ma sempre nei fatali Anni ’90. Una tabella, fornita dal professor ZIngales, spiega tutto: è un grafico che mostra l’andamento della produttività dei paesi a confronto.

Grafico sulla produttività dei paesi sviluppati: Italia è ferma da metà Anni ’90

Dagli anni 70 fino a metà anni ’90 Italia era alla pari con Francia, Germania e America. Poi succede qualcosa di anomalo: l’Italia si ferma, mentre gli altri paesi continuano a far crescere la loro produttività. La coincidenza temporale non è casuale: da metà anni 90 i paesi europei iniziano la convergenza verso l’Euro; e in più inizia la grande rivoluzione informatica di internet e del digitale. L’Italia perde il treno: la globalizzazione è un modello economico che penalizza il paese.

Perché in Italia si produce meno degli altri per ora lavorata? Per due motivi: il primo è la tecnologia. All’Italia manca l’innovazione; è un paese arretrato. Lo si vede dalle code ai caselli in autostrada, dove tutti pagano in contanti; dai disservizi della pubblica amministrazione dove poco o nulla è ancora digitale, ma tutto su carta.

Il secondo è l’assenza di meritocrazia: nel pubblico impiego, e nelle aziende private, nelle posizioni di potere o dirigenziali non ci sono i meritevoli, ma i più “furbi” o i più “servizievoli”. Nelle aziende si perdono ore per inutili riunioni, perché tutti gli ingranaggi della macchina, debbono dimostrare il proprio piccolo o grande potere. Così a Londra, la gente alle 17 esce dall’ufficio e va al pub; a Milano si lavora fino alle 19 ma a fine anno il Pil della Gran Bretagna è più alto dell’Italia.

La strada della Brexit, seguire l'esempio del Regno Unito e dire addio alla Ue, per l'Italia è impraticabile: non rimane che un lento e inesorabile declino, scandito dal dannoso mantra "Ce lo chiede l'Europa".

Viva i tecnici

Il fin troppo osannato Mario Draghi “non ha finora risolto nessuno dei problemi strutturali dell’Italia” commentano gli economisti a Londra. E difficilmente li risolverà. I Governi Tecnici, che negli ultimi 30 anni sono stati periodicamente imposti al paese (il primo fu Lamberto Dini nel 1995) si sono sempre distinti peer essere governi di austerità, che hanno tagliato in modo feroce la spesa pubblica (sicuramente troppo alta), ma hanno anche ammazzato la crescita: si è sempre tagliato in modo lineare senza eliminare i veri sprechi. E si taglia in un paese che non cresce, il risultato può può solo essere la recessione. Una recessione che in Italia è strisciante da anni e che ora, nel 2022, diverrà realtà: le folli e suicide sanzioni contro la Russia, anch’esse imposte dalla Ue, faranno piombare il paese nell’ennesima crisi economica.

L’incapacità di crescita dell’Italia è un caso unico all’interno dell’area Euro, cosa che è il grande argomento degli Euroentusiasti. La moneta unica ha fatto bene a tutti, tranne che all’Italia. Dunque, il problema non è l’Euro, ma l’Italia. Se una medicina fa bene a molti, non vuol dire che faccia per forza bene a tutti. Esistono anche le “malattie rare”.

Italexit, please. Ma non è possibile

Citando il famoso libro di Antonio Caprarica, mitologico corrispondente della Rai a Londra, “Ci vorrebbe una Thatcher“, si potrebbe dire che ci vorrebbe una Brexit. L’Italia ha sempre meno vantaggi, e sempre più penalizzazioni, a stare dentro la moneta unica.

La Brexit ha dimostrato che esiste vita al di fuori dalla Ue; che si può prosperare anche senza dover adorare la divinità dell’Euro. La Gran Bretagna ha squarciato il “Velo di Maya”, ha rotto un tabù, spaventando Bruxelles. Altri potrebbero aver voglia di fare lo stesso: di qui, la continua propaganda su tv e giornali contro l’Inghilterra, dipinta come il paese dell’Apocalisse.

Boris Johnson è potuto uscire dalla Ue perché il paese aveva mantenuto la sua banca centrale e la sua valuta: Italia ha deciso di rinunciare alla Lira, che poi era una Liretta. E pure un paese forte, con un referendum popolare netto, come il Regno Unito ha faticato per 5 anni a compiere l’uscita.

Gianluigi Paragone ha fondato il partito Italexit

Al momento per l’Italia non c’è speranza all’orizzonte: il paese ha rinunciato alla sua sovranità monetaria e non ha un corpo sociale così forte da reggere l’urto di una uscita, che sarebbe molto più forte di quello della Gran Bretagna. Un’uscita mal gestita, scenario possibile in Italia, sempre che un referendum sull’Euro sia mai concesso, rischia di azzoppare ancora di più il paese.

Italexit è più di uno slogan, in Italia. E’ pure un partito politico, fondato dall’ex giornalista Gianluigi Paragone, fuoriuscito dal M5S, movimento che partito incendiario e anti Euro sta finendo pompiere e filoEuro. Gli ultimi sondaggi gli danno un 4% di consensi, un pacchetto di voti enorme che avrebbe un peso in Parlamento, se Italexit deciderà di candidarsi alle elezioni politiche del 2023. E chissà che Paragone non diventi il Nigel Farage italiano.

Ma la strada della Brexit, seguire l’esempio del Regno Unito e dire addio alla Ue, per l’Italia è impraticabile: non rimane che un lento e inesorabile declino, scandito dal dannoso mantra “Ce lo chiede l’Europa“.

1992, Boris Johnson, Brexit, Euro, Italexit, Paragone, Strage di Capaci, Trattato di Maastricht

© Copyright 2021 Piccadillyduomo.com | Web Agency