Il Vaticano sconfitto a Londra: sentenza storica, ma Vittoria di Pirro per Mincione
Lo scandalo immobiliare da oltre 200 milioni di Sterline di Sloane Avenue, il caso più spinoso scoppiato in Vaticano dai tempi dello IOR e di Roberto Calvi, si chiude con un terremoto “democristiano”. L’Alta Corte di Londra ha respinto le accuse del Vaticano, bollato dai giudici inglesi di dilettantismo e incapacità. Il finanziere Raffaele Mincione, l’uomo che vendette al Vaticano il controverso palazzo di lusso, guadagnando un lauto compenso, ne esce vincitore ma non del tutto immacolato: porta a casa, tra varie ombre, un’assoluzione.

Dall’Ospedale Gemelli al Rolls Building
Papa Francesco è ricoverato all’Ospedale Gemelli: potrebbe non sopravvivere a una polmonite più bronchite, tutto il mondo guarda con apprensione a Roma. Nel frattempo a Londra, succede un evento che passerà alla Storia e che chiude un brutto capitolo nella millenaria storia del Vaticano: per la prima volta la Santa Sede era finita davanti ai giudici. E per la prima volta le sue ragioni non sono state accolte. Tutta l’operazione del palazzo di lusso comprato dal Vaticano a Londra fu regolare, anche se viziata dalla “malafede” di Mincione.
Alla fine la Santa Sede ci ha rimesso decine di milioni di Euro, ha fatto un investimento sbagliato, ha rivenduto l’immobile in perdita con la coda tra le gambe e ha pagato commissioni milionarie a Mincione e all’intermediario, in presunta combutta, Gianluigi Torzi a un prezzo dell’immobile (235 milioni di Sterline) gonfiato. Su questi due elementi finali, il Vaticano aveva arrestato il suo “broker” Torzi e mandato a processo lui e Mincione: Torzi era stato condannato, Mincione aveva evitato le accuse più gravi ma pendono ancora in appello quelle di truffa.
Ma, dicono oggi i giudici inglesi, nonostante zone molto grigie, non ci fu nessuna frode, né c’è la prova che Mincione e Torzi abbiano agito in combine, organizzando un complotto ai danni del Vaticano, come da Roma sostengono.

Una sentenza “democristiana”
Circa un anno fa, Mincione aveva fatto causa al Vaticano, trascinando la Santa Sede all’Alta Corte di Londra. Per la prima volta, la Chiesa è comparsa come imputato davanti ai giudici. La sentenza di oggi, forse influenzata dall’alto taso di italianità dei litiganti, è stato molto “democristiana” perché non esprime una condanna netta: Mincione chiedeva una serie di dichiarazioni dal Vaticano che lo scagionassero ma non le ha ottenute tutte. In più, il giudice ha stabilito che ha agito in mala fede, gonfiando il valore dell’immobile. Allo stesso tempo, però, ed è un punto importante, non è stato commesso nessun reato.
Non c’è stata frode perché il Vaticano ha dimostrato una incompetenza sulla materia e un dilettantismo che hanno stupito pure la Corte di Londra, che si è chiesta come sia possibile per la Santa Sede mettersi in affari con certe persone. Ma una volta firmati gli accordi, tra cui una manleva che assolveva Mincione da qualsiasi condotta sbagliata, il Vaticano ha poco da reclamare, tanto più, sottolineano i giudici, che i due litiganti sono stati soci in affari per molti anni, quindi la situazione dell’immobile non poteva essere sconosciuta dentro la Basilica di San Pietro.

Fare soldi con gli immobili
Tutto comincia nel 2012: il fondo pensione tedesco Deka mette all’asta un palazzo che si trova al numero civico 60 di Sloane, nel quartiere di Chelsea: è un immobile di pregio che in passato era anche stata il concessionario di auto di lusso di Harrods. Per 137 milioni di Sterline, lo compra una società dell’isola di Jersey, un semi paradiso fiscale della Manica: si chiama 60SA e fa capo a Mincione.
L’anno dopo il Vaticano, sotto la guida finanziaria del segretario di Stato Alberto Perlasca, ottiene un prestito da 200 milioni di Dollari dalle banche Credit Suisse (nel frattempo fallita) e BSI-Banca Svizzera Italia. Quei soldi vengono investiti comprando quote di WRM, la società finanziaria di Mincione. Inizialmente WRM propone al Vaticano di impiegare la liquidità del fondo in un giacimento di petrolio in Angola, ma l’operazione viene scartata perché troppo speculativa. Ecco allora che l’investimento viene dirottato sull’immobile di Londra, prospettando un guadagno enorme: il palazzo dovrebbe essere riconvertito in 49 appartamenti di lusso, ciascuno dei quali andrebbe sul mercato a prezzi stratosferici, fino a 20 milioni di Sterline ciascuno. Mincione ha già ottenuto un permesso edilizio dal comune, a patto però che i lavori inizino entro 3 anni. Non inizieranno mai.
Il Vaticano accetta e si ritrova a detenere, indirettamente tramite WRM, il 45% dell’immobile. Ma i lavori non partono mai e non perdere valore inizia una girandola di perizie immobiliari: subito dopo l’acquisto del palazzo, Savills aveva valutato l’immobile “appena” 100 milioni, meno di quanto era stato comprato qualche anno prima perché vedeva difficoltà nella riconversione e ipotizzava che non tutti gli appartamenti sarebbero stati venduti, al netto dei costi di ristrutturazione. Successivamente, arriva un’altra perizia, fatta da CBRE, che alza il valore a 160 milioni, cifra che evita a Mincione e al Vaticano una minusvalenza.

Voglio vendere. No, compro tutto
Nel 2014 il valore sale ancora: 230 milioni ma nessun lavoro è cominciato. Passano gli anni, tutto rimane fermo e nel 2018 Monsignor Perlasca viene rimosso da Papa Bergoglio: al suo posto arriva Monsignor Pena Parra che in teoria deve far pulizia ma di finanza non mastica nulla, per sua stessa ammissione davanti ai giudici (tanto da far inviare una fattura falsa a Credit Suisse, in buona fede).
Pena Parra chiede di liquidare le quote in WRM, vuole rientrare da quell’investimento sbagliato. Mincione riesce a convincere il Vaticano che è meglio, a quel punto, diventare padroni di tutto: con il 100% delll’immobile, WRM si può sfilare e la Santa Sede potrà fare quello che vuole dell’immobile e recuperare i soldi spesi. Così, a Novembre 2018, Mincione vende il resto dell’immobile al Vaticano, per 40 milioni di Sterline, su una valutazione di 275 milioni che, secondo Mincione, non era il solo immobile ma l’intero progetto di riconversione e vendita appartamenti. A mettere il sigillo su un’operazione sconsiderata c’è anche una Comfort Letter (Lettera di Garanzia) del Vaticano, firmata da Perlasca, che, oltre a confermare il prezzo, indica in Gianluigi Torzi, sodale d’affari di Mincione che aveva aiutato nella fallita scalata a Banca Carige, l’intermerdiario incaricato. Torzi incasserà 15 milioni di Euro per il lavoro svolto.
Il Vaticano si ritrova l’unico proprietario di un immobile che è un flop anche perché nel frattempo è scaduta la licenza edilizia. Nel 2022 lo rivende per 186 milioni di Sterline, con una netta perdita.
Dal lato delle pubbliche relazioni, l’italo-britannico Mincione, proprietario anche del lussuosissimo Badrutt’s Palace di St.Moritz e celebrità nel Regno Unito per essere stato fidanzato con la famosa top-model Heather Mills che poi, si dice, lo mollò per sposare, anni dopo, il baronetto Paul McCartney, può sventolare la bandiera del successo, grazie anche ai legali di Withers.
Sei anni di vicenda, 2 finanzieri spregiudicati, un cardinale inadeguato e un altro forse troppo maneggione, un immobile di pregio rivelatosi un buco nero, decine di milioni in fumo, un arresto (quello di Torzi) dentro le mura del Vaticano, un altro (sempre di Torzi) a Dubai, querele a Corriere e Repubblica, un libro-inchiesta (di Mario Gerevini e Fabrizio Massaro). Ora, forse, il capitolo finale (in attesa dell’appello di Mincione in Vaticano).
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