VaticanoGate: Mincione contro tutti. Fa causa al Papa, agli Agnelli e al CorSera

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A Berkeley Square, nell’elegantissimo quartiere di Mayfair di Londra, ai passanti capita spesso di incrociare Raffaele Mincione che passeggia in strada. Il finanziere italo-londinese che hai suoi uffici proprio nella piazza, è il “ricercato” Numero Uno dentro le mura della Santa Sede. Assieme a Gianluigi Torzi è finto al centro del cosiddetto VaticanoGate, lo scandalo del palazzo di Chelsea. Ai due uomini d’affari italiani vengono contestate pesanti accuse: dalla truffa e appropriazione indebita.

Lo scandalo è scoppiato a fine del 2019: in quel fine settimana, il collezionista di arte italiana moderna Mincione su avvistato a Frieze, la fiera d’arte di Londra promossa da Deutsche Bank dentro Regent’s Park, mentre comprava un’opera. Da lì in poi nessuno lo ha più visto e lui si è eclissato, tanto che alcuni pensavano fosse emigrato a Miami: le recenti apparizioni sono dunque un cambio di rotta.  E in effetti, qualcosa è cambiato.

Il finanziere Raffaele Mincione

Breve storia del VaticanoGate

Rimasto silente per tutto questo tempo, ora Mincione è passato al contrattacco, sferrando colpi contro tutto il “sistema” che l’avrebbe accerchiato. Per capire chi sia “O Sistema”, per citare la serie tv Gomorra, bisogna prima fare alcuni passi indietro. Il VaticanoGate ruota attorno a un prestigioso immobile: un grande palazzo al numero 60 di Sloane Avenue, nel cuore della Londra esclusiva. Questo palazzo, una riuscita combinazione di antico e moderno, era nato come una esposizione di auto di lusso dei grandi magazzini Harrod’s. Poi il Department Store della Regina è uscito dal mercato delle automobili. Arriva Mincione: nato a Gaeta, profondo Lazio meridionale e sbarcato giovanissimo a Londra dove ha lavorato come banchiere d’affari nella City, il finanziere acquista l’immobile.

Anni fa entra in contatto col Vaticano che proprio in quel momento sta cercando degli investimenti dove parcheggiare l’Obolo di San Pietro, le offerte dei fedeli che fanno parte di una dotazione personale del Papa: sul tavolo dei cardinali c’è una piattaforma petrolifera in Angola. Mincione, che si è già fatto una fama in Italia per aver tentato una scalata alla Banca Popolare di Milano, si inserisce in questo frangente e fa notare, giustamente, che investire in petrolio in un paese che non brilla per diritti umani e trasparenza, non sarebbe il massimo della reputazione per il Vaticano. Propone invece di indirizzare il tesoretto dei fedeli nel suo immobile di Londra. E’ molto più in linea con l’etica della Chiesa. Non ha tutti i torti, se non fosse che l’investimento si rivela un buco nero.

Entra in scena Torzi

L’affare si fa, il Vaticano compra una quota dell’immobile ma le cose non vanno per il verso giusto. Il palazzo è un flop: si accumulano perdite milionarie. Mincione si difende spiegando che la colpa è del consiglio di zona di Chelsea: non ha concesso una variante edilizia. Se si potesse convertire l’immobile, si potrebbero costruire appartamenti di lusso che sarebbero venduti a prezzi stratosferici, generando grossi profitti. Per il Vaticano, nulla è ancora perduto. . Ecco che allora entra in scena il secondo protagonista , il finanziere Gianluigi Torzi: 40enne molisano fino ad allora semisconosciuto. I due si conoscono: hanno fatto affari insieme e sono legati da operazioni finanziarie. Sono entrambi italiani a Londra e hanno gli uffici a pochi metri l’uno dall’altro, su Berkeley Square. Torzi, forte anche di un’udienza con Papa Bergoglio il giorno di Santo Stefano, viene incaricato di fare da mediatore: la soluzione è che Mincione venda anche la parte residuale del palazzo al Vaticano che diventerà così proprietario unico e potrà sfruttarlo al meglio.

L’affare si conclude, ma anni dopo, la magistratura accusa i protagonisti. Mincione avrebbe usato il socio in affari Torzi per ripagare un suo debito con i soldi incassati dal Vaticano: lo stesso Torzi aveva concesso un prestito a Mincione per la scalata alla banca genovese Carige. Torzi, dal canto suo, era quello ci avrebbe guadagnato di più: rientra del prestito fatto a Mincione e allo stesso tempo incassa una maxi-commissione (15 milioni di euro) per aver fatto da mediatore. E’ accusato di auto-riciclaggio e corruzione: è stato già arrestato una prima volta nel 2019, primo cittadino italiano nella storia del Vaticano a essere rinchiuso tra le mura leonine. Un secondo mandato di cattura è piombato su Torzi la scorsa estate, stavolta dall’Italia, nonostante un giudice di Londra avesse di fatto smontato l’impianto accusatorio dei magistrati del Papa. Oggi il finanziere molisano è ricercato da due paesi e un altro tribunale inglese ha deciso per la sua estradizione. Pende però un appello che potrebbe ancora salvarlo dal ritorno in Italia.

Gianluigi Torzi e Papa Francesco

Mincione al contrattacco

Dal canto suo, Mincione è riuscito a rimanere indenne alla tempesta che ha invece colpito Torzi. Ed è partito al contrattacco (come già anticipato dal Sole 24 ore), sferrando un attacco nucleare. Ha fatto causa al Vaticano e già questo è un fatto clamoroso: l’accusa è addirittura di essere la “talpa” di informazioni false passate ai giornali per screditarlo. La Santa Sede, secondo i legali di Mincione, non ha negato di essere stata la fonte dei resoconti dei media che circolavano prima del processo in Vaticano. Proprio perché in malafede, insiste Mincione, il processo non si dovrebbe tenere in Vaticano ma a Londra. I legali della Santa Sede, davanti ai giudici di Londra, hanno replicato che la contro-causa sarebbe solo “propaganda”, un modo per intralciare il corso della giustizia vaticana per arrivare a ottenere lo scongelamento di beni. A Mincione, le autorità vaticane hanno sequestrato 48 milioni di euro su conti in Svizzera.

Il libro-inchiesta sul VaticanoGate

Stampa italiana sotto accusa

Non bastasse l’affondo contro il Vaticano, mossa ardita e coraggiosa perché nessuno osa sfidare il Papa, il finanziere laziale, che è stato anche fidanzato della futura moglie di Paul McCartney, ha sferrato un attacco anche contro l’establishment della stampa italiana, affiancato dallo studio legale Withers: sempre a Londra ha anche depositato due querele. Una contro RCS, la casa editrice di Urbano Cairo che pubblica il Corriere della Sera, per tutti gli articoli pubblicati dai giornalisti Fabrizio Massaro e Mario Gerevini. I due segugi di Via Solferino sono i giornalisti che più hanno scritto e indagato sul VaticanoGate tanto che ne hanno ricavato anche un libro. Ma Mincione ne ha anche per Repubblica: una querela è partita anche nei confronti del gruppo editoriale Gedi.

Il giornalista Fabrizio Massaro

Le querele sono ancora in corso: i due più grandi giornali italiani, e due tra i più grandi industriali del paese, la famiglia Agnelli (che ha comprato il gruppo Repubblica-Espresso da Carlo De Benedetti) e Cairo, proprietario di La7, della Gazzetta dello Sport, di numerose riviste “rosa”, e del Torino Calcio, sono chiamati davanti ai giudici di Londra. Il verdetto avrà ripercussioni, in ogni caso. E’ la prima volta che i tribunali britannici si occupano di questioni italiane così spinose, che vanno a toccare interessi delicati e assetti di potere del paese.

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