Il paradosso del calcio inglese: la PL è una potenza, la Nazionale fa sempre flop

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Era l’estate del 1998, dopo la laurea ero andato a migliorare l’Inglese, come tanti giovani italiani: rimasi due mesi a Hastings, cittadina di mare famosa per la battaglia del 1066 che ha cambiato il corso della Storia di tutta Europa. C’erano i Mondiali di calcio, che sarebbero stati i vinti dalla Francia (il primo di una lunga serie). Contro i “Bleus” I’Italia perse ai rigori.

La Nazionale inglese vittoriosa ai Mondiali del 1966

Sentivo sempre una canzone, alla tv e alla radio, quando giocava la Nazionale inglese: il ritornello faceva “It’s coming Home“. Scoprì che era la canzone dei tifosi e faceva riferimento al sempre più lontano 1966, la prima e unica volta in cui l’Inghilterra abbia vinto stesso qualcosa. E’ la stessa vittoria che ha ispirato la celebre canzone di Antonello Venditti: “Era l’anno dei Mondiali quelli del ’66 / la Regina d’Inghilterra era Pelè“. Da allora gli inglesi, a ogni Mondiale o Europeo, cantano che “il calcio torna casa”, anche se gli italiani reclamano la primogenitura dello sport, con il calcio fiorentino, come inno augurale di poter tornare a vincere. Lo hanno cantato anche per la Finale di Euro2024, domenica scorsa, a Berlino. Ma nisba: It’s NOT coming home.

Sconfitta e Dimissioni

Nemmeno stavolta, però, il calcio è tornato dove è stato inventato. I “Tre Leoni” hanno perso contro la Spagna. Era la seconda finale di fila, mai capitato prima, e l’Inghilterra le ha perse entrambe: la precedente, non serve ricordarlo agli italiani, è stata quella del 2021, vinta dagli Azzurri a Wembley, in una serata di luglio dal clima uggioso e autunnale.

Nei paesi seri, e la Gran Bretagna ancora lo è, i CT che falliscono, si dimettono. In Italia, no: rimangono al loro posto nonostante figuracce in mondovisione. E infatti, pochi giorni dopo la cocente sconfitta contro la Spagna, il manager Gareth Southgate si è dimesso (mentre Luciano Spalletti fa spallucce). Il “Mister” inglese, peraltro, non è un allenatore qualunque: è una specie di figura mitica per gli inglesi. Sbagliò, da calciatore, un rigore agli Europei del 1996; e gli hanno pure dedicato un’opera teatrale che ha avuto un successo enorme al National Theatre di Londra: Dear England.

Ma la vera domanda non è nella coerenza etica e professionale degli allenatori, ma nell’incoerenza del calcio inglese.

Lo spettacolo teatrale ispirato a Gareth Southgate

Enigma del calcio inglese

Il paradosso del calcio inglese è racchiuso in quelle due finali perse: l’Inghilterra (non la Gran Bretagna, perché nel calcio le 4 nazioni giocano separatamente) ha il campionato più forte del mondo (come gioco e come ricchezza) ma la sua Nazionale è la più perdente tra i grandi paesi. Mentre la Premier League macina trofei e record, con i vari Manchester City, United, Liverpool, Chelsea e Arsenal, per trovare un successo dei Tre Leoni bisogna per l’appunto risalire a quasi 60 anni fa. Come fa il campionato di calcio più ricco del pianeta, con circa 10 miliardi di Sterline di diritti TV, più tutto l’indotto che vale altri 8 miliardi, ad avere come contraltare una Nazionale disastrosa?

Perché ci sono troppi stranieri nel campionato. In Premier League giocano tra i migliori campioni del mondo, ma nessuno di loro è inglese. Giocano in Inghilterra, dove diventano forti, ma poi, quando arrivano i tornei internazionali, vanno a giocare coi loro rispettivi paesi.

Calcio multietnico, Nazionale perdente

Quello degli stranieri nei club nazionali è un fenomeno ormai vecchio: è iniziato con la controversa Sentenza Bosman del 1995 che eliminò il tetto ai giocatori esteri. Da lì la Premier è stata invasa: e siccome è anche la più ambita, tutti i migliori vogliono andare a giocare lì, a scapito degli inglesi. E’ un bene per i club, che così selezionano solo i migliori, ma è il male per la Nazionale. Il terremoto giuridico della Corte Ue però da solo non sarebbe bastato a spiegare il flop della Nazionale inglese e la bassa presenza di inglesi nel loro campionato: va sommato alla forte immigrazione da pesi extra-europei che il Regno Unito ha subìto. A società multietnica corrisponde anche calcio multietnico nei club.

L’attaccante inglese Jude Bellingham

Dopo che Italia è stata sbattuta fuori dagli Europei per mano della multietnica Svizzera, la cui Nazionale conta un solo giocatore “autoctono”, quel Remo Freuler dell’AC Bologna (ma, guardacaso, in prestito dal Nottingham della Premier League), è stato tutto un pullulare di tesi socio-politiche secondo cui l’Italia perde perché non è abbastanza multi-etnica e meticcia. Poi in Finale arrivano due squadre, di cui una sostanzialmente mono-etnica, la Spagna; e una, l’Inghilterra, che di “DAIVERSITY” ne ha a bizzeffe (dal presunto campioncino Jude Bellingham al giovane Ollie Watkins), ma chi ti va a vincere? La Spagna.

La Nazionale inglese, multi-etnica dai tempi del terzino John Charles, è la perfetta dimostrazione che la “diversità” non è affatto garanzia di vittorie e successi.

Però, poiché oggi anche il calcio è propaganda e politica (vedere le improprie esternazioni di Kylian Mbappè), non ha fatto in tempo a vincere la Spagna che già fiocca la narrativa su Nico Williams, il figlio di immigrati africani da Ceuta. E’ la perfetta fiaba pro-immigrazionista. Peccato, però, per un giocatore africano, ce ne siano altri dieci tutti spagnoli al 100% tra le Furie Rosse. E il calcio si gioca in 11, non da soli.

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