Niente Londra per la Colacem. E i giudici italiani respingono la liquidazione
Da Londra al Tribunale civile di Perugia, in Umbria. La scorsa estate il destino di Colacem, terzo produttore italiano di cemento e colosso internazionale, sembrava poter prendere la via dell’estero. Era arrivata un’offerta, di quelle che non si possono rifiutare, da parte della grande finanza internazionale. One Equity Partners, passaporto americano ma uffici nella captale inglese per l’Europa, si era fatto avanti con un assegno da 1,6 miliardi di Dollari per il gruppo industriale di Gubbio. Dietro le quinte, c’è una rivalità interna alla famiglia Colaiacovo, divisa in quattro rami, spaccati a metà (qui la ricostruzione della saga familiare). L’offerta, non vincolante, era però stata rifiutata dalla parte del cavaliere Carlo, numero uno dell’azienda, e del nipote Ubaldo, mentre i rami di Giuseppe e Pasquale erano favorevoli.

La sentenza di Natale
Parallelamente, era anche partita una battaglia legale: il ramo di Giuseppe, imprenditore anche in proprio con la società Gold (che anni fa aveva quotato alla Borsa di Milano la telco Go Internet e che a sua volta contiene il 25% della cassaforte Financo a cui fa capo tutto l’impero umbro del cemento), aveva presentato un ricorso al Tribunale di Perugia per chiedere la liquidazione della Financo, la capogruppo appunto. Il motivo? Impossibile governare con un consiglio di amministrazione diviso a metà, senza maggioranza, tanto che non è stato approvato il bilancio del 2023 e neppure è stato possibile eleggere il nuovo consiglio. In punta di diritto, le società che si trovano in stallo possono essere messe in liquidazione dalla magistratura.

La sentenza, arrivata mentre Gubbio si prepara ad accendere l’Alberto di Natale più grande del Mondo, è destinata a fare scalpore: il giudice ha respinto il ricorso di Giuseppe e Pasquale. Nessuna liquidazione, perché non si intravede una “urgenza” nel farlo.
Dentro l’azienda, molti si aspettavano una sentenza “neutra”, magari con un rinvio. La questione è molto delicata e nessun giudice, si ragionava, si sarebbe preso la responsabilità di decidere, in un senso o nell’altro, il destino un grande industria, peraltro sana e che fa il pieno di utili. La decisione, a sorpresa, è andata invece molto oltre, schierandosi: oltre a respingere la liquidazione, il giudice ha anche intravisto un piano per distrarre liquidità dall’azienda per ripagare debiti a favore di terzi.
Il cemento “glamour” di Cucinelli e Vacchi
Nella stupenda Gubbio sarà un Natale di festa, quest’anno: dopo 45 anni, i Carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale, hanno ritrovato la “Madonna del Melograno“, capolavoro rinascimentale rubato dal museo del Palazzo dei Consoli, nel 1979. Ma soprattutto perché i dipendenti del gruppo Financo, principale datore di lavoro della città, vedono scampare lo scenario della liquidazione che spaventava per le ricadute sull’occupazione e sull’economia locale.

Se dunque gli eugubini si gusteranno il panettone (peraltro c’è un artigiano, il Forno Baldinucci, che ha vinto il premio come il migliore d’Italia) con serenità, dalla Befana però la rivalità riparte. Il braccio di ferro legale non finisce infatti con la mancata liquidazione e la sentenza di Natale. Il ramo di Giuseppe ha già presentato ricorso, contestando la lungaggine nella decisione, che si è lasciata andare a congetture fuori dal tema del ricordo. Ma soprattutto si contesta che il giudice, pur non riconoscendo lo scioglimento, non abbia dato alcuna indicazione su come superare l’impasse aziendale, che pure è obiettivo.
Proprio un anno fa, il medesimo Giuseppe aveva messo a segno un colpo clamoroso, alleandosi con il re del cashmere, e corregionale, Brunello Cucinelli e la celebrità dei social Gianluca Vacchi. L’improbabile duo aveva concesso un finanziamento di 100 milioni di Euro alla Gold di Giuseppe che a sua volta aveva dato in pegno le azioni della Financo. E proprio questo passaggio, la sentenza di Perugia sembra contestare.
A sua volta il ramo del cavaliere Carlo aveva fatto ricorso contro questa operazione perché, a suo dire, violerebbe il diritto di prelazione degli altri familiari sulle quote della Financo. L’accordo con Cucinelli e Vacchi non sarebbe valido perché si tratterebbe di una vendita di fatto, anche se si tratta solo un contratto di finanziamento, un prestito. Sulla questione, molto tecnica, si scontrano due pesi massimi dei legali d’affari italiani, entrambi di Milano: Paolo Montironi dello studio NCTM e Giuseppe Lombardi dello studio BE (Bonelli Erede).
Di fatto, è di nuovo stallo societario per la Colacem, con un ostacolo in più: nella sentenza, si scrive anche occorrono due bilanci non approvati come “causa di scioglimento”. Il bilancio del 2024 dovrà essere approvato all’incirca la prossima estate: dunque, ora c’è un termine ultimo oltre il quale, scatterebbe lo scioglimento. Il rebus è tutt’altro che sciolto.
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