La Brexit? Tutto merito del M5S (che però celebra il suo funerale). Aspettando Trump
Il Movimento 5 Stelle, la novità politica più originale, in Italia e in Europa, degli ultimi 15 anni, è di fatto morto. Nigel Farage, l’uomo politico inglese più originale degli ultimi 30 anni, dovrebbe fargli un monumento nella House of Commons, la camera dei deputati dove è stato eletto lo scorso luglio (per la prima volta nella sua decennale carriera e dopo aver tentato in tante occasioni).
La fine del M5S
La stagione della democrazia diretta via internet, del “populismo” che arriva a essere il primo partito del paese e addirittura al Governo, è finita molto male. Il Movimento 5 Stelle è crollato alle Elezioni Regionali in Liguria, a casa del fondatore Beppe Grillo che non è neppure andato a votare. Gli stracci che volano tra Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio del primo e ultimo Governo M5S, e il medesimo Grillo, che ora vuol fare morire il movimento accusando di essere stato “tradito dalle pecore più che sbranato dai lupi”, sono la pietra tombale su un esperimento politico interessante. Così interessante che pure gli inglesi lo copiarono: Farage si ispirò ai “grillini” per la vittoria del Referendum sulla Brexit. E non solo metaforicamente, come esempio politico, ma ne copiò proprio il modello, studiandolo di persona. Se la Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea, la notte del 31 Gennaio del 2020, dopo il fatidico voto popolare del 2016, il merito non è stato solo di Boris Johnson, l’allora Primo Ministro, che aveva girato il Regno Unito su una corriera con la famosa scritta “Get the Brexit Done“. E non solo di Farage, che la sera del 30 Gennaio di quattro anni era sul palco davanti a Westminster, lui che per primo almeno 20 anni prima aveva iniziato la battaglia contro i tecnocrati di Bruxelles, con il defunto partito UKIP (sigla che stava per UK Independence Party).

Un giovedì di giugno
Un giovedì di fine Giugno del 2016, gli inglesi scelsero di uscire, dopo quasi mezzo secolo dall’Unione Europea. Tutti conoscono la Brexit, ma pochi si ricordano che la campagna referendaria del Leave era in realtà divisa: c’erano due movimenti che spingevano per l’uscita, quello di Vote Leave, più istituzionale e promosso dall’ala oltranzista dei Tory, allora al governo con David Cameron, e che aveva nell’ex sindaco di Londra Boris Johnson e nello stratega Dominic Cummings i suoi alfieri: questa era la campagna ufficiale che aveva anche la benedizione di politici di peso come Michael Gove e Jacob Rees-Moog. E poi c’era la campagna di Leave.Ue, capeggiata da Nigel Farage che era il padre putativo della Brexit e faceva presa sulla fascia più arrabbiata e scontenta della popolazione. Ci riuscì, copiando il modello “tecnologico” del Movimento 5 Stelle.
Gli storici inglesi sono ormai tutti d’accordo nell’attribuire la vittoria dei “secessionisti” proprio all’esistenza di due campagne: Farage, che attrasse il voto degli estremisti, i Brexiter duri e puri, che volevano uscire a ogni costo dalla Ue, ma che erano una quota minoritaria del paese; e il duo Johnson-Cummings che intercettò invece il malcontento della classe media, da sempre Euroscettica ma non disposta a un addio al buio e, soprattutto, a disagio con la linea dura di Farage. C’è stato, però, un terzo elemento, dietro le quinte, che sfugge agli storici: il ruolo (indiretto) di Grillo.

Miracolo a Milano
Un paio di anni fa è uscita nel Regno Unito una biografia, non autorizzata, di Farage: ha un titolo accattivante “One Party After Another” ma è intraducibile in italiano, perché party, in inglese, vuol dire “partito politico” ma anche “festa”. Dunque, “Un Partito dopo l’Altro”, ma anche “Una Festa dopo l’Altra”, perfetta sintesi della picaresca vita, personale e politica, di Farage, sempre sopra le righe.
Il libro rivela un retroscena illuminante che vede coinvolta l’Italia: un incontro tra Farage e i grillini. Il saggista Michel Crick riporta di un viaggio di Mister Brexit a Milano: il politico inglese, che conosce bene la città per il suo passato da operatore di Borsa e la chiama “Milano” non “Milan” all’inglese, fece visita agli uffici della Casaleggio&Associati: all’epoca la sede era in Via Visconti di Modrone, una delle zone più esclusive di Milano, dietro San Babila. Più che da Grillo, a cui spesso è stato paragonato, Farage, che era accompagnato dal miliardario Arron Banks, il grande finanziatore della Brexit, rimase colpito da Casaleggio e dal sistema informatico della “Democrazia Diretta”: Farage è un politico vecchio stampo, allergico alla tecnologia, uno che fa fatica anche a inviare una email, ma a Milano capì subito la vera rivoluzione del M5S non era tanto nei contenuti (il cosiddetto “populismo”), ma la tecnologia: internet e gli alogritmi applicati alla politica (che poi era anche quello che, in contemporanea, stava facendo Cummings a Londra).
Uscendo dagli uffici della Casaleggio&Associati, che da tempo ha lasciato i costosi uffici di Milano e vende consulenza da Ivrea, Farage confidò a Banks: “Ho passato 20 anni a girare i villaggi del Regno Unito, facendo comizi in cerca di voti. Se dovessi iniziare a fare il politico oggi, farei ancora così o userei il modello di Grillo? Non avrei dubbi”.
Farage se ne venne via da Milano molto colpito dalla piattaforma Rousseau, il vero artefice del successo dei grillini, e sul volo di ritorno si convinse che il partito UKIP, e il suo braccio destro Richard Tice, avrebbero dovuto copiare il modello tecnologico dei grillini. Anzi, man mano lui e Tice si sarebbero dovuti sganciare da UKIP per fondare un nuovo partito, ispirandosi alla struttura del M5S, il cui “centralismo quasi dittatoriale” aveva impressionato Farage.

Un finale inaspettato
L’intuizione di Casaleggio e Grillo sarò pure stata rivoluzionaria, ma alla fine ha vinto la vecchia politica tradizionale: Grillo è politicamente morto e il M5S è un partito destinato all’estinzione; Farage, invece, è all’apice della sua carriera politica. E’ entrato in Parlamento ed è stato l’unico politico inglese, ed europeo, ad andare di persona, la settimana scorsa, a partecipare ai comizi finali di Donald Trump. Ancora una volta ha scommesso su un cavallo dato per perdente e ha portato a casa una vittoria di peso. E proprio Trump potrebbe venire in soccorso della Brexit, rimasta impantanata perché i vari governi degli ultimi anni, sia quello Tory di Rishi Sunak sia quello laburista di Keir Starmer, la stanno di fatto smantellando, con l’assenso silenzioso della Corona. La nuova America del rinato The Donald potrebbe assicurare a UK quel trattato di libero scambio commerciale che attende dal lontano 2020 e che compenserebbe l’uscita dal Mercato Unico europeo.
Farage abbandonò poi UKIP, seguendo l’intuizione della sua visita a Milano, per poi fondare un altro partito, ReformUK, ma non c’è stata nessuna piattaforma Rousseau: l’oggi “Onorevole” Farage, che per la prima volta nella sua vita è riuscito a essere eletto a Westminster, la sua campagna elettorale l’ha fatta tutta sul campo, come sempre ha fatto nella sua vita: è stato eletto grazie ai comizi sotto la ruota panoramica della cittadina di Clacton-Upon-Sea, il suo collegio.
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