Il D-Day dopo 80 anni: Londra celebra, l’Italia sconfitta ha ribaltato la Storia

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All’alba del 6 Giugno del 1944, e alba è una fascia oraria indefinita attorno alle 4.30 nel gergo militare marittimo anglosassone, una flotta di navi lascia la baia di Southampton, nella Manica, e si dirige verso la costa della Normandia e si piazzano a circa sei miglia dalle spiagge: la Francia è stata occupata dai Nazisti, grazie anche al governo collaborazionista di Vichy, e tutto il litorale nord del paese è stato costellato di postazioni difensive tedesche: pensare di sbarcare è da folli.

A bordo della HMS Belfast, costruita pochi anni prima negli storici cantieri nordirlandesi Harland &Wolff, che decenni prima avevano varato il Titanic, la pensano diversamente: poco prima delle 5.30, l’incrociatore fa fuoco contro i cannoni tedeschi sulla costa. La HMS Belfast spara il primo colpo del D-Day, lo sbarco in Normandia, la più grande operazione militare in Europa degli ultimi 100 anni e la più importante perché decise il destino della Seconda Guerra Mondiale.

Re Carlo alla celebrazione degli 80 anni del D-Day

Salvate il Soldato Ryan

Ottanta anni dopo, per ricordare quell’evento che ha cambiato il corso della Storia mondiale – che era indirizzata invece a finire in tutt’altro modo e anni fa il romanzo “La Svastica sul Sole” (The Man on the High Castle) di Philip K. Dick ne ha immaginato una versione – proprio dal ponte superiore della HMS Belfast, da decenni un museo galleggiante, alle 13 del 6 Giugno i cannoni della nave hanno sparato a salve sullo sfondo dei grattacieli della City di Londra.

Gli inglesi sono orgoglio della loro Storia e la valorizzano: gli viene facile anche perché non hanno, almeno fino a oggi, perso nessuna guerra. Gli italiani sono invece agli antipodi: nell’ultimo secolo hanno avuto poco di cui essere orgogliosi. Ma soprattutto hanno una pericolosa tendenza: quella di non ammettere le sconfitte e anzi di convincersi che siano state vittorie. E proprio lo Sbarco in Normandia ne è l’emblema.

Chi scrive la Storia?

Se la Gran Bretagna, il 6 Giugno di ogni anno dal 1944, celebra i suoi eroi e la sua vittoria sull’Europa, in Italia, da quella stessa data, la Storia è stata ribaltata e inserita in una bolla di auto-convinzione collettiva.

La liberazione dell’Europa da parte degli Alleati (USA e Gran Bretagna) non è stata una liberazione, ma un’operazione militare per sostituire un dominio, quello della Germania di Hitler, che si era macchiata di crimini imperdonabili (il genocidio degli ebrei), con un altro dominio, basato sul modello liberal-democratico anglo-sassone. Gli inglesi hanno le idee molto chiare su come andarono le cose e visto che ne sono stati i protagonisti, è una versione da tenere in conto: per loro, il D-Day fu un’invasione.

Il museo dello Sbarco in Normandia, a Bayeux

Liberazione o Occupazione?

E’ almeno dai tempi del De Bello Gallico, faziosissimo resoconto della conquista della Gallia, che la Storia la scrivono sempre i vincitori. Dalla Seconda Guerra Mondiale, invece, in Italia invece l’hanno scritta i perdenti medesimi, ossia gli italiani. Che, come ogni sconfitto, cerca di minimizzare, di rimuovere i fatti o addirittura di ribaltarli, facendo credere il contrario. Sulla presunta “liberazione” l’Italia ha costruito tutta una retorica, tronfia e stantìa. Basta, però, venire di qua dalla Manica, per avere una lettura del tutto diversa.

Lo sbarco in Normandia ha coinciso con la sconfitta definitiva dell’Italia (che già dal 1943 aveva sciolto l’esercito). Gli italiani hanno perso la Seconda Guerra Mondiale e nessuno è venuto a liberarli. Quelli che gli italiani chiamano nei libri di Storia gli Alleati erano Alleati tra di loro non con l’Italia: per inglesi e americani Badoglio era espressione di un Governo nemico, arresosi ma pur sempre avversario. C’è un famoso libro in Inghilterra, uscito 10 anni fa ma ancora un successo e si intitola “Tutti i paesi che abbiamo invaso almeno una volta”: è un resoconto succinto dell’imperialismo inglese, in ordine alfabetico. Sotto la lettera I, c’è l’Italia e si legge “Abbiamo invaso la Sicilia nel 1943”.

Gli inglesi celebrano, gli italiani mistificano

Nessun paese libera un altro solo per un astratto amore della democrazia. La guerra si fa sempre per interesse. Dentro l’Europa, l’Italia era poi terreno fertile per un’invasione: sempre in Sicilia, 60 anni prima, il rampollo di una antica e aristocratica famiglia locale, Giovanni Verga, si era messo a scrivere romanzi sulla condizione degli italiani e aveva chiamato la serie “I Vinti”.

Dopo la gloriosa invasione della Normandia, che fu l’ultima della sua gloriosa carriera sui mari, la HMS Belfast risalì la foce del Tamigi per essere attraccata accanto a Tower Bridge. Oggi è un’icona nazionale, come il ponte levatoio accanto e la Torre di Londra sull’altra sponda del fiume. Beati gli inglesi che hanno una battaglia di cui andare fieri, una vittoria da celebrare e un passato da ammirare. Quello dell’Italia moderna, invece, è posticcio.

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