Alberto Nagel, la pescheria di Londra e il teorema del capitalismo familiare

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Un fine settimana di inizio d’estate del 2019, sto camminando con la famiglia lungo Earl’s Court. Ci siamo trasferiti a Londra da pochi mesi e stiamo ancora scoprendo il quartiere e le abitudini: passiamo davanti a grossa pescheria, con annesso un ristorante, gestita da napoletani, che promette il gustoso pesce del Sud d’Italia. Da italiani emigrati ci soffermiamo davanti all’insegna “InPescheria” e una persona colpisce la mia attenzione: mi sembra Alberto Nagel, Il numero uno di Mediobanca. Ma figurati se un grande finanziere italiano possa essere in una pescheria di sabato mattina, e a Londra poi. Nonostante i quasi 20 anni passati a Milano, non lo avevo mai incontrato di persona, lo avevo solo visto in foto ufficiali, sempre vestito in elegantissimi abiti blu. Però la somiglianza era davvero tanta, e alla mente mi balza un insegnamento del mio primo maestro, Giuliano Zoppis, ai tempi dell’agenzia Radiocor, venti anni prima: “Dovete inseguirli fin dentro al bagno”. Così, sfrontato con dietro moglie e passeggino, mi faccio avanti e sì è lui. Quando mi presento inizia a dirmi che sua moglie e i figli vivevano nello stesso quartiere e lui li raggiungeva ogni fine settimana. Già quell’informazione mi fece riflettere: per anni avevo letto i banchieri dire tutto il male possibile della Brexit ma poi scopro che i figli li mandano nelle scuole inglesi, mica in quelle italiane.

Galeotta fu l’orata

Nagel passò, poi, a farmi un peana su come quella pescheria fosse pregevole e il pesce fantastico. Mi avesse parlato di ratios bancari o multipli, non avrei potuto controbattere, ma qui cadeva male, a sua insaputa: una parte della mia famiglia gestiva pescherecci e le estati le passavo tra casse di pesce. Mi avvicinai al bancone mi bastò un’occhiata per vedere che le tanto sbandierate “eccellenze” del Sud d’Italia era in realtà pesce d’allevamento che veniva dalla Grecia. Magari sarà stato lo stesso delizioso, ma di certo quella pescheria di italiano aveva solo l’insegna.

Mi congedai da Nagel con la classica richiesta di ogni giornalista, quella di un’intervista, a cui lui rispose di passare la richiesta al suo portavoce. E’ normale prassi in tutte le aziende, ma non a Piazzetta Cuccia. Per decenni Mediobanca non aveva mai avuto un portavoce del suo numero uno, perché non c’era nessuna voce da trasmettere. Noi giovani cronisti componevano lo 0288291, numero che tutti i cronisti d’assalto dovevano sapere a memoria, e speravamo che il centralino inoltrasse la telefonata. Adesso anche il tempio della riservatezza e della segretezza, aveva un Ufficio Stampa.

Enrico Cuccia, il fondatore di Mediobanca.

Il Bidone e la Borsa

Questo aneddoto è rimasto sepolto tra i tanti ricordi personali per anni, ma dopo che lo scorso giovedì 18 Settembre, il medesimo Nagel, sconfitto dalla scalata ostile di MPS che ha conquistato Mediobanca, l’ho ripescato dal fondo del memoria e mi è venuti automatico fare un paragone con Cuccia: lo schivo banchiere siciliano non si sarebbe mai fatto avvicinare né si sarebbe mai prodotto in una scenetta simile. Pochi mesi dopo, peraltro, la pescheria campana chiuse e non ha mai più riaperto.

E dopo quasi 80 anni, “chiude”, in un certo senso, anche Mediobanca: non sarà più una banca autonoma. A prima vista, Nagel è stato un banchiere coi fiocchi: in 22 anni al timone, ha “creato valore” per gli azionisti, come si usa dire nel linguaggio rarefatto della finanza: ha portato la capitalizzazione da 5 a 18 miliardi di Euro. Ma Mediobanca non era nata per creare valore, Cuccia non si era mai preoccupato troppo dell’andamento del titolo della sua banca che non doveva arricchire i suoi azionisti, ma “fare la guardia al bidone vuoto del capitalismo italiano”. Perciò, la rete di relazioni, le partecipazioni incrociate e la complicata ragnatela, messi in piedi dal banchiere per fare da stampella a un paese che non era e non sarebbe mai stato un vero libero mercato.

La sede di Mediobanca, dietro il Teatro alla Scala, a Milano

E qui Il vero errore strategico imputabile a Nagel è di non aver difeso il Sistema Italia, pur con le sue storture, rinnegando la sua storia, preferendo inseguire il modello del Ceo Capitalism: così, in quei 20 anni Nagel faceva volre Mediobanca in Borsa a suon di utili, l’Italia diventava un paese invaso dai capitali stranieri, una colonia al soldo dei fondi sovrani arabi, delle via della seta cinesi, e degli investitori americani. Tra il Bidone e la Borsa, Nagel ha scelto Borsa: nei giorni prima del suo addio, ha venduto azioni Mediobanca incassando 50 milioni di Euro. Nel libro “Strettamente Riservato” dell’editorialista Geronimo, pseudonimo di Paolo Cirino Pomicino, si racconta che il banchiere aveva fatto scrivere sopra la porta del suo ufficio Ars Sibi Premium (ossia che il mestiere è già soddisfazione in sè) e che non si fosse mai arricchito con la banca: possedeva solo la casa dove abitava con la moglie Idea Socialista (nome bizzarro, era la figlia di Alberto Beneduce, uno dei padri dell’IRI).

Il teorema delle tre generazioni

Nella sua decennale storia di “crocevia” della finanza italiana, Mediobanca ha avuto solo 3 amministratori delegati: dopo Cuccia, le redini della banca passarono a Vincenzo Maranghi che era della stessa pasta del suo maestro (e che peraltro quando fu cacciato nel 2003 aveva indicato in Renato Pagliaro il suo successore, escludendo Nagel).

Nelle Business School insegnano un teorema sulle aziende familiari: la prima generazione crea, la seconda mantiene e la terza distrugge. Si adatta alla perfezione anche a Mediobanca.

Alberto Nagel, Enrico Cuccia, Mediobanca, MPS, Vincenzo Maranghi





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