Da Taranto al Galles, l’Europa sacrifica l’acciaio sull’altare “verde” di Greta

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L’acciaio, in Europa, è un mal comune ma, diversamente dal proverbio, senza gaudio. Nella Taranto della controversa Ilva, arriva il commissario straordinario perché la siderurgia sta morendo, gli indiani di ArcelorMittal hanno accumulato 700 milioni di euro di debiti con la promessa dell’ “Acciaio Verde”, ci vuole il ritorno dello Stato.
In Galles, nel Canale di Bristol a sud di Swansea, vogliono chiudere gli altiforni per lo stesso motivo: basta inquinamento. La cittadina di Port Talbot è la Piombino della Gran Bretagna: ospita la più grande acciaieria d’Inghilterra. Ma i “padroni” venuti dall’India, il gruppo Tata, ha fatto cadere la scure: vuole chiudere l’impianto e licenziare tutti i 2.800 lavoratori. La fabbrica inquina troppo e per raggiungere il traguardo nazionale del Net Zero (Emissioni Zero) entro il 2050, le acciaierie devono essere convertite a produzioni pulite. Bello a dirsi, un suicidio collettivo a farlo.
Oltre alla beffa del karma, i figli dell’ex colonia che erano diventati i padroni di uno storico impianto, pure il danno: gli indiani, per secoli al servizio di Sua Maesta’, che licenziano i britannici.

La cittadina di Port Talbot, con la sua enorme acciaieria

Povertà e Carbone

Il Galles è da sempre sono un popolo operaio e povero: il reddito pro capite è mendo di 30mila stelline anno, la metà di un londinese. Gli abitanti di Port Talbot sono scesi in strada a protestare: l’acciaieria è anche il più grande e unico datore di lavoro della zona, una delle più depresse del gia depresso Galles.
Le frange più estremiste propongono li operai di occupare addirittura la fabbrica per evitare lo spegnimento della fornace: il costo di riavviamento del grande camino è così alto che non varrebbe la pena. A oggi l’impianto ha due fornaci: Tata le vuole spente. Casi simili nel Regno Unito, come a Scunthorpe, sul Mare del Nord, sede della British Steel, altra azienda in crisi, hanno dimostrato che quando è stata chiusa una fornace, la popolazione con un reddito medio di 30mila sterline passa dall’80% al 13%.

Gemelli siderurgici

Inghilterra e Italia sono unite nel destino dell’industria siderurgica, che è un destino di declino ma nessuno dei due paesi può permettersi il lusso di rinunciare all’acciaio. Nonostante la crisi, ancora oggi la siderurgia in Inghilterra pesa per il 2% del PIL, che diventa anche di più calcolando anche tutto l’indotto e la filiera a monte. Una fetta consistente della ricchezza nazionale viene dalla siderurgia, la cara vecchia industria, che però oggi è il male assoluto, perché sporca e inquinante: il 14% delle emissioni di Co2 del Regno Unito. E la Gran Bretagna, come tutti gli altri paesi europei. si è imbarcata in una crociata suicida contro l’anidride carbonica, che deve essere azzerata entro il 2050. Peccato che l’Europa tutta, inclusi gli inglesi che dalla Ue se ne sono usciti, pesi per appena il 7% delle emissioni mondiali di Co2.

Lo straniero? Non è la soluzione

Ancor prima della deriva ideologica sull’ambiente, i fronte a decenni di crisi dell’acciaio, la strada scelta dal Regno Unito è stata quella di cercare degli investitori stranieri: prima il private equity, che ha fatto disastri in British Steel, e poi i “nuovi ricchi” dai paesi emergenti: India e Cina. L’Italia segue a ruota: anni fa arrivò il magnate russo Alexei Mordashov del gruppo Severstal a provare a salvare, inutilmente, Piombino, e poi in mano addirittura agli algerini e infine anche lì gli indiani, quelli di Jindal JSW. A Taranto, invece, dopo la famiglia Riva sono arrivati altri ArcelorMittal. L’dea che il cavaliere bianco, un benevolo straniero, magicamente risolva le crisi del paese, è idea tanto radicata in Italia quanto illusoria. E infatti, il signor Laksmi Mittal, all’Ilva, non ha salvato un bel niente. Anzi, dopo essere stato di fatto cacciato, con il commissariamento, ora accusa il Governo Meloni, perché aspira un risarcimento, e anche JSE bussa a denari pubblici. In Inghilterra, senza che ci sia stato un commissariamento, altri indiani, quelli di Tata, stanno chiudendo lo stesso. Per inseguire la follia industriale dell’acciaio verde, arricchita di un sottile ricatto al governo: o finanziate la Transizione Verde, dannosa per l’acciaio, o licenziamento tutti.

L’acciaieria Ilva di Taranto

Paradossi Europei e Ipocrisie Indiane

Il paradosso dell’Europa è che di acciaio, sul mercato, ne serve sempre di più. Il boom economico dei paesi asiatici ha aumentato la domanda. Ma anche a casa nostra ce n’è sempre più bisogno: L’architettura contemporanea è tutta basata sull’acciaio. La siderurgia non è un’industria in crisi, è solo l’acciao europeo a essere in disarmo. Da decenni la produzione è in calo, di pari passo con la de industrializzazione del Vecchio Continente. Nel caso dell’acciaio, però, si aggiungono anche le follie ecologiche e i dogmi ideologici dell’Unione Europea.
British Steel è finita in agonia perché Bruxelles vieta lo Stato Imprenditore, o anche solo gli aiuti di Stato, nella sua fissazione per il libero mercato e la libera concorrenza. Non a caso, a Scunthorpe hanno votato tutti per la Brexit. E’ andata a finire che British Steel è prima passata sotto i famelici fondi di investimento, che l’hanno spolpata (per arricchire solo gli azionisti) e poi sono poi arrivati i cinesi a salvarla, pagando la miseria di 70 milioni di sterline, ma finora non non c’è nessuna ripresa. Tutto sarebbe più semplice se l’Acciaio di Stato non fosse ritenuto un sacrilegio in Europa. La siderurgia è un settore che ha bisogno di sussidi e sostegni. Ma a Bruxelles sono ossessionati: i soldi pubblici alle imprese falsano la concorrenza, altro dogma inviolabile su cui si fonda l’Unione.

Immagine artefatta di una presunta acciaieria verde

Il mito dell’Acciaio Verde

“Acciaio Verde” è un’espressione che affascina: coniuga industria e ambiente. Ma è una chimera, esiste solo nella teoria perché nella pratica è troppo costoso da produrre. Mentre l’acciaio europeo è già oggi insostenibile, perché non sovvenzionato, le aziende europee comprano acciaio cinese che costa meno. Pechino non vive con l’ossessione dell’ecologia e degli aiuti di stato: sostiene a piene mani l’acciaio con soldi pubblici. Nel solo Regno Unito, il 60% della domanda di acciaio è coperto dalle importazioni. Ma quelle barre comprate all’estero non è mica verde o a impatto zero.
È stato calcolato che se l’impianto di Port Talbot diventasse “pulito”, la sua capacità si ridurrebbe del 40%: produzione dimezzata. E l’altra metà da dove arriverebbe? Ancor più dall’estero. Perlopiù dalla Cina, che fa capitalismo di Stato e inquina a piacimento. La Gran Bretagna è ormai fuori dalla Ue, ma la stessa dinamica si ripete anche dentro i confini: in Svezia e in Olanda hanno riconvertito le acciaierie a fornaci “verdi”. Per inseguire la Santo Graal della decarbonizzazione a qualsiasi costo, in tutta Europa le vecchie e sporche fornaci vanno sostituite con quelle ad arco elettrico. La transizione è  lunga, costosa, i risultati dubbi ma le conseguenze sono immediate: macelleria sociale perché gli operai non sono riconvertibili; e perché il prodotto è più costoso e dunque fuori mercato.
All’impresa di costruzioni che ha vinto un appalto per la nuova sede di Meta a Londra, poco importa se l’acciaio è verde o a impatto zero. Comprerà quello al miglior prezzo a parità di qualità.

In nome del libero mercato


La schizofrenia dell’Unione Europea è che, in nome del libero mercato, pretende per le sue aziende parametri stringenti, su ambiente e finanziamenti, perché “noi siamo i migliori e i buoni”. Ma poi, sempre in nome del libero mercato, accetta senza battere ciglio l’acciaio cinese o indiano, prodotto senza regole, meno costoso e che mette in crisi quello europeo.
Almeno nel Regno Unito, grazie alla Brexit, si risparmiano la manfrina degli “Aiuti di Stato”: il Governo Sunak staccherà un assegno Port Talbot e non avrà bisogno di chiedere il permesso a Bruxelles. Ma la mano pubblica non è una panacea: l’assegno britannica è anch’esso vincolato alla trasformazione “verde”, che è un flop.

Dalla Puglia al Galles, l’industria europea dell’acciaio è l’esempio più macroscopico della contraddizione ideologica di liberismo ed ecologismo: i concorrenti domestici sono obbligati al Fair Play, anche se vessatorio. Gli altri sono liberi di giocare come vogliono. In mezzo, la classe operaia, e più in generale, a classe media europea, che paga il conto.


Forse basterebbe semplicemente prendere atto che non tutte le industrie possono diventare pulite. E che, qualche volta, è meglio concedere aiuti di Stato alle industrie che non avere industrie per niente.

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