Da Londra, maxi-offerta 1,6 da miliardi per il cemento di Gubbio, tra Vacchi e Cucinelli

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Sul cemento di Gubbio, la City di Londra ha messo gli occhi da tempo. Ora esce allo scoperto: il fondo di investimento americano One Equity Partners, con uffici nella capitale inglese, ha avanzato un’offerta faraonica per il gruppo Financo, che controlla Colacem, i terzo produttore di cemento in Italia: 1,65 miliardi di Euro. La vicenda della galassia, industriale e familiare, l’avevo raccontata tempo fa, su questo blog. Ora, arriva il colpo di scena: una scalata in piena regola da un colosso finanziario internazionale. OEP faceva parte della banca d’affari americana JpMorgan, gestisce patrimoni per 10 miliardi di Dollari, e ha appena annunciato l’acquisto di Comau da Stellantis (ex FCAFiat). E’ un terremoto locale e globale. Locale perché sarebbe la fine per la famiglia Colaiacovo, attuale proprietaria dell’industria messa in piedi da zero dai nonni, due generazioni prima; perché avrebbe conseguenze sulla città del famoso Lupo di San Francesco, che di fatto vive della cementeria. Sarebbe, infine, anche un profondo riassetto di tutta l’industria internazionale del cemento: dalla piccola città umbra, infatti, la Colacem controlla stabilimenti in mezzo mondo, dalla Tunisia alla Repubblica Dominicana.

La cementeria Colacem (impianto di Ghigiano)

Influencer & Cashmere

La maxi-offerta del gigante finanziario inglese troverebbe disposti due conosciutissimi imprenditori italiani, entrati nella partita mesi fa: il super-fisicato Gianluca Vacchi, celebrità dei social, e Brunello Cucinelli, l’imprenditore anche lui umbro, diventato uno dei marchi del lusso più esclusivi al mondo. La famiglia fondatrice Colaiacovo, molto allargata, tra tanti figli e nipoti, è da tempo spaccata in due. A inizio anno, il ramo che fa capo a Giuseppe ha fatto un accordo con i due “nomi”: una società apposita, chiamato Eques (cavaliere, in latino) ha concesso un finanziamento da 160 milioni alla società capofila di Giuseppe, che contiene anche il 25% della Financo. Era solo un antipasto, perché dopo metà anno, arriva un affondo da parte di un investitore straniero, ma visto di buon occhio dalla cordata Vacchi-Cucinelli-Colaiacovo.

Il banchiere d’affari Dick Cashin

Innanzitutto, i numeri: il maxi-assegno messo sul tavolo, confermato da più fonti, è generoso, una di quelle offerte da prendere al volo e valorizza l’azienda 5 volte la sua redditività: è un buon multiplo ma lascia anche spazio agli eventuali compratori spazio per guadagnarci. Arriviamo, però, subito alla fine, e poi torniamo indietro: l’offerta non è stata accettata dall’altro ramo della famiglia. Per capire il perché, bisogna ricostruire una serie di intrecci familiari e retroscena. Innanzitutto, l’offerta prevede che il fondo si prenda il 100% del capitale ma allo stesso tempo concede ai venditori la possibilità di re-investire nella (a quel punto) loro ex azienda. Sarebbe una vittoria per il ramo di Giuseppe, sostenuto dal peso finanziario dei suoi alleati Vacchi e Cucinelli: il primo sbloccherebbe un impasse che dura da tempo; gli altri due porterebbero indirettamente a casa un guadagno. Significherebbe però anche l’uscita del blocco storico dell’azienda: il cavaliere Carlo, da decenni il dominus dell’azienda, e il nipote Ubaldo a capo degli altri due rami.

Scacco Matto?

Lo scacco che arriva da Londra è dunque matto? L’offerta recapitata è non-vincolante, ossia non obbliga il compratore. Si tratta di una procedura normale per scalate finanziarie di queste dimensioni, ma secondo alcuni analisti questo la depotenzia un po’. In più, è soggetta a “due diligence“, ossia a una verifica approfondita interna: vuol dire che gli emissari del fondo dovranno avere il diritto di entrare in azienda e, se trovassero qualsiasi anomalia, potrebbero comunque far abortire l’acquisto. Infine, l’offerta avrebbe una finestra temporale limitata.

La celebrità dei social media e imprenditore Gianluca Vacchi

Record & Ruggini

Il 2023 è stato un anno record per il cemento Colacem, in termini di ricavi, sopra al miliardo di euro, e margini. Nonostante cifre da leccarsi i baffi, ancor più notevoli perché il cemento viene da anni di crisi, i due azionisti FC Gold e la Pasquale Colaiacovo Holding, che fanno a capo a Giuseppe e alla cugina Francesca, titolari complessivamente di un 50% della capogruppo Financo, non hanno approvato il bilancio, perché il Cda non ha voluto nemmeno discutere dell’offerta, salutata invece come una proposta paritaria per tutta la famiglia e da parte di un soggetto credibile: il fondo OEP è guidato dal decano di Wall Street Dick Cashin. In più accusano l’altro ramo della famiglia di fare la guerra al socio Giuseppe.

I due rami della famiglia sono divisi da uno scontro cha avanti da anni, anche se per molto tempo in famiglia, sotto l’egida del patriarca Carlo, ha regnato l’idillio: a fine Anni ’90 il cavaliere medesimo aveva scelto proprio il nipote Giuseppe, figlio di un fratello, come suo delfino. Ma poi Carlo fu oggetto di attacchi giudiziari. Dal canto suo, Giuseppe ha visto la sua società personale, Gold (fondata dal compianto padre Franco), fatta fallire dal Tribunale di Perugia e ora sostenuta dal duo Vacchi-Cucinelli. A firmare le carte che misero in difficoltà finanziarie Giuseppe fu il Procuratore aggiunto di Perugia Antonella Duchini, poi finita a processo a Firenze per vari reati, tra cui la corruzione: il pm ha chiesto una condanna a 12 anni e nel processo è coinvolto anche lo stesso Carlo, zio di Giuseppe, con l’ipotesi di concorso in abuso d’ufficio. La sentenza era attesa ai primi di luglio, ma con la Riforma Nordio, che ha abolito proprio il reato di abuso d’ufficio, l’80enne patron della Colacem vedrà la sua posizione stralciata e archiviata.

Il Cavaliere del Lavoro Carlo Colaiacovo

Nel frattempo, proprio il medesimo ramo di Carlo e Ubaldo hanno reagito alla mossa del cavallo di Giuseppe e alla comparsa sulla scena del duo Vacchi-Cucinelli, degli “estranei” in un’azienda rimasta per 60 anni in mano alla famiglia, sotto la guida di Carlo. Tra il re del cashmere Brunello e il re del cemento Carlo, che per anni è stato l’imprenditore più in vista della regione, si racconta che non corra buon sangue.

Battaglia legale

Ecco che allora è partita una controffensiva. Il patron e il nipote hanno fatto causa proprio a Giuseppe, per l’accordo con la cordata Vacchi-Cucinelli: il contratto di finanziamento va annullato perché ha violato il diritto di prelazione degli altri rami della famiglia sulle quote della Financo. Ma nemmeno il ramo di Giuseppe si è fatto attendere, sempre in tribunale: l’imprenditore avrebbe presentato al giudice addirittura una richiesta di liquidazione della Financo stessa. Con gli azionisti spaccati esattamente a metà, al 50% ciascuno, la società si trova in uno stallo. E il Codice Civile prevede che “l’impossibilità di funzionamento” dell’Assemblea dei Soci “costituisce una causa automatica di scioglimento” di una società. In punta di diritto, la capofila Financo potrebbe addirittura essere sciolta dal Tribunale con la nomina di un liquidatore; ma resta da vedere se un giudice accetterebbe di “far chiudere” un grande gruppo industriale sano che dà lavoro a quasi un migliaio di persone (più altrettanti nell’indotto). Pare più probabile che possa essere nominato un mediatore per cercare di trovare una soluzione: e di fronte a uno stallo societario, la soluzione potrebbe essere quella di convincere la famiglia ad accettare l’offerta. Tuttavia, secondo altre indiscrezioni, non solo il ramo di Carlo e Ubaldo non è intenzionato a vendere ma addirittura sarebbe disposto a liquidare l’altro ramo, ma non al prezzo astronomico offerto da fondo londinese. Anni fa, la famiglia aveva avanzato un’offerta a Giuseppe, ma un prezzo molto basso, sei volte meno quanto valorizza oggi il fondo OEP. Per l’intanto, però, si è aperto anche un altro fronte legale: oltre alla mancata prelazione, i due azionisti Carlo e Ubaldo hanno anche contestato pressioni indebite per costringerli a vendere. Dall’altra parte, si replica che l’azienda è finita in uno stallo, tanto che non è stato possibile nemmeno nominare gli amministratori.

Tra tutte queste schermaglie giudiziarie, il futuro della Colacem, più che a Londra e tra le grandi banche d’affari mondiali, rischia di essere scritto tutto nelle aule di tribunale: è uno scenario che può mandare in rovina economica la piccola città, che di cemento vive. E, soprattutto, bloccare un grosso gruppo industriale, chiamato a uno snodo difficile, ora che i benefici effetti del piano nazionale di finanziamenti PNRR e vari aiuti fiscali all’edilizia si avviano a finire.

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