Shell fa PutinWashing e finisce vittima del “buonismo” economico

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Shell si schiera contro Putin. Sì, anzi no. E poi ancora Sì. La compagnia petrolifera anglo-olandese, una delle Sette Sorelle, è stata una delle prime multinazionali a tagliare i ponti con la Russia. Subito dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, e sulla scia delle sanzioni lanciate dall’Europa, il colosso mondiale, oltre 480 miliardi di dollari di fatturato, ha chiuso all’improvviso la sua allena con Gazprom. Vladimir “Vova” Putin, sui media di tutta Europa, è il nuovo Hitler, assassino sanguinario e feroce, e la Russia una Germania nazista.

Il divorzio improvviso dal gigante pubblico russo del gas, che vende il metano a tutta Europa, costa alla Shell 3 miliardi di dollari. Una tegola pesante, ma briciole rispetto a quella caduta sulla British Petroleum: 25 miliardi di perdite per dover vendere sull’unghia il 14% di Rosneft, la più grande compagnia petrolifera russa.

La patria chiama: chiudere tutti i legami con la Russia, regime macchiato di crimini orribili. Le aziende, patriote, rispondono: a prima vista quella di Shell sembra l’ennesima mossa “buonista”. Mesi fa la stessa compagnia aveva deciso di togliere la denominazione Royal e Dutch dal suo nome: in tempi di cancel culture di riscrittura della storia, di vergogna per il proprio passato e di scrupoli politicamente corretti ex post, l’aggettivo “regale” faceva troppo “colonialismo”.

La bufera e le accuse

Da azienda esemplare, che rinuncia a utili, accetta di perdere tanti soldi, in nome dei principi, Shell è diventata emblema dell’ipocrisia e del cinismo. Due giorni dopo l’annuncio dell’addio a Mosca, proprio mentre la Russia continua a bombardare Kiev e cerca di occupare l’Ucraina, la medesima Shell ha compra petrolio proprio dalla reietta Russia: un cargo intero, sottocosto (con uno sconto di 28 dollari sulle quotazioni del Brent).

La Shell che con la destra sventola la bandiera dei buoni contro i cattivi, con la sinistra fa affari con il “Satana” Putin. Fulmini e saette sulla compagnia, presa di mira nei social: a Londra fanno il PutinWashing, versione aggiornata del GreenWashing: lavarsi la coscienza, con annunci roboanti, per apparire “ecologici” (in questo caso in linea).

Ecco un esempio del diluvio di critiche:

A infiammare i social, un Tweet di Dmytro Kuleba, il ministroi degli Esteri dell’Ucraina, il paese a cui tutti si inchinano e da cui oggi tutti pendono: ha tuonato contro la multinazionale che se volesse potrebbe comprarsi tutto il paese con uno schiocco di dita.

Travolta dal ciclone mediatico, Shell ha dovuto accampare delle scuse, che non sarebbe nemmeno stata tenuta a fare. Perchè un’azienda privata persegue il suo interesse privato. Comprare petrolio non è (ancora) reato. Shell, peraltro, lo ha comprato perché poi quel petrolio serve ai cittadini europei. Anche chi scende in piazza con le bandiere giallo-blu poi la sera, quando torna a casa, vuole farsi una doccia calda e guardare la tv nel tepore del proprio salotto.

Una verità più profonda si nasconde  dietro la superficiale indignazione, dietro le polemiche puerili da social. Piaccia o no, l’Europa ha bisogno del gas e del petrolio russo. E l’ “ipocrita” Shell tra il furore ideologico e la necessità pratica di avere petrolio, aveva scelto la seconda. E avrebbe fatto bene: ma poi ha prevalso l’ideologia sugli interessi nazionali, il politicamente corretto sulla necessità.

L’Europa delle sanzioni, e della Terza Guerra Mondiale surrettizia (con le armi inviate sottobanco all’Ucraina), si è lanciata in una crociata cultural-economica contro la Russia. Che sicuramente ha gravi colpe, ma alla quale l’Occidente si è legato mani e piedi per il “carburante” dei suoi paesi.

La deriva ideologica

L’esito finale del capitalismo è lo Stato Etico, che di fatto è un comunismo mascherato. Lo Stato che decide cosa sia moralmente giusto o sbagliato, che dice ai cittadini cosa fare, che stabilisce la verità assoluta e incontrovertibile: Covid e Ucraina vanno a braccetto. L’ultimo Soviet oggi non è più la Russia, paese casomai imperialista, ma sempre più quella Civiltà Occidentale, che sul liberismo e sul laissez-faire ha fondato la sua nascita e il suo benessere. La Shell ha mostrato all’Europa quello che tutti sanno, ma che nessuno ha il coraggio di dire: buona o cattiva, malvagia o caritatevole, la Russia tiene accesa e fa muovere il Vecchio Continente. No Putin, No Party. Ben vengano la sanzioni e le dure prese di distanza, ma poi il petrolio per andare avanti da qualcuno tocca comprarlo. E quel qualcuno è il tiranno d’Europa. All’ipocrisia economica, occorrerebbe contrapporre un razionale pragmatismo. Perché l’alternativa è tornare al lume di candela. Ma l’Europa che “impone” alle sue aziende di tagliare il cordone ombelicale che le dà sostentamento può permettersi il lusso di compromettere la sua stessa tenuta sull’altare del “giusto”, che peraltro è sempre relativo? E poi gli europei sono davvero disposti a rinunciare ai loro agi, dal sushi agli aperitivi fighetti?

Quattro insegnamenti dal caso Shell

  1. Solidarietà e altruismo sono nobili sentimenti. Ma i paesi si governano seguendo gli interessi nazionali
  2. Mai anteporre il “Politicamente Corretto” alla Ragion di Stato.
  3. Se per decenni fai affari con uno “Stato Canaglia“, non puoi staccare la corrente come se chiudessi un interruttore
  4. Prima di lanciare sanzioni economiche, assicurarsi di non pagare un prezzo più alto del paese che vuoi punire

 

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