Notti Magiche, Wembley e il declino irreversibile degli Azzurri (per colpa della UE)

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Nell’estate del 1990, a 17 anni, la mia famiglia mi mandò a studiare l’inglese in Gran Bretagna, in una delle tante scuole estive affollate di studenti europei: il posto era Bournemouth, città di mare dell’Inghilterra del sud, una sorta di Cattolica della Manica.

La Nazionale dell’Inghilterra ai Mondiali di Italia ’90

Notti Magiche

In Italia, la gente era in piena euforia collettiva per i Mondiali: io e il mio compagno di camera, Simone Spogli, guardavamo le Notti Magiche sulla tv nel salotto della casa di Mrs Ford, classica famiglia inglese, che abitava in una classica terraced house, case a schiera tutte uguali, lungo Beaufort Road; e che come tante arrotondava ospitando ragazzi stranieri in estate. L’Inghilterra, che pure a Italia ’90 aveva campioni come David Platt, Gary Lineker e Paul “Gazza” Gascoigne, provava un misto di ammirazione e invidia per le prodezze degli Azzurri: ricordo il telecronista della BBC incantato da Roberto Baggio che si beve tutta la difesa della Cecoslovacchia e segna uno strabiliante gol.

Gli Azzurri sconfitti dalla Bosnia ed eliminati dai Mondiali 2026

Notti Tragiche

L’Italia era sul tetto del mondo come paese e come Nazionale. Oggi la Nazionale e il paese sono in un declino irreversibile: gli Azzurri non andranno ai Mondiali negli Stati Uniti, la prossima estate. Dalle Notti Magiche alle Notti Tragiche: non era mai successo che una nazionale con il palmarès dell’Italia, con 4 Coppe del Mondo, non andasse ai Mondiali per 3 edizioni di fila: saranno 16 anni di assenza al futuro Mondiale del 2030 in Spagna e Argentina, ammesso (e non concesso più a questo punto) che l’Italia riesca a qualificarsi. L’ultima volta degli Azzurri a una Coppa del Mondo risale ormai al lontano 2014, in Brasile con Cesare Prandelli.

La sera della Finale degli Europei del 2021, nel glorioso stadio di Wembley, a Londra, l’allora Primo Ministro britannico, Boris Johnson, grande appassionato dell’Antica Roma e della storia d’Italia, andò a omaggiare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che era volato apposta fino a Londra per sostenere gli Azzurri (sulle orme dell’amato Sandro Pertini e in effetti entrambi hanno portato fortuna). Lo spettinato Boris salutò Mattarella con una battuta: “Il calcio lo abbiamo inventato noi, ma voi lo avete perfezionato”. Nell’ironia c’era un fondo di verità, dissolta però nella tragica scomparsa della nazionale italiana, ormai un reperto archeologico nel calcio mondiale.

Quando un paese tracolla nel suo sport nazionale, il calcio, e invece vince in uno importato e calato dall’alto (la vittoria contro gli Stati Uniti nel baseball), e’ il segno di una mutazione genetica, in peggio.

Nello sport, sono stato una persona fortunata: ho avuto la possibilità di essere alla Finale di Berlino del 2006 e a quella di Wembley nel 2021. Pochi possono vantare di aver visto vincere un Mondiale e un Europeo della propria Nazionale. Di sicuro non potrà capitare a nessun giovane di oggi: ci sono intere generazioni di italiani che non hanno mai visto gli Azzurri giocare in un Mondiale, nel paese che appunto si divide con l’Inghilterra il primato del calcio.

Il calcio come specchio di un paese

Il calcio non è più solo uno sport, rispecchia lo stato di una nazione: come tutte le attività di gruppo, una squadra è un’organizzazione complessa, che richiede capacità di gestione, di pianificazione, di strategia e visione del futuro. Alla Nazionale, così come all’Italia, mancano tutte queste qualità: non le abbiamo mai avute, ma anche quel poco che c’era si è perso, in un paese dove il tornaconto personale e privato fa sempre premio sulla Res Publica.

Oltre al poco patriottismo, che mette sempre i profitti dei club privati davanti agli interessi nazionali, gli Azzurri pagano anche la globalizzazione del calcio, che impedisce ai talenti nazionali di emergere.

In questo, Italia e Inghilterra, pur diversissime come storia sportiva e cultura, sono appaiate: i Tre Leoni hanno vinto un solo Mondiale (quello storico del 1956) e poi nulla, pur avendo il campionato più ricco e potente del mondo. L’Italia è a quattro stelle mondiali, con un campionato decaduto da almeno 15 anni. Li unisce avere club ormai zeppi di stranieri.

La prima pagina della Gazzetta dello Sport del Dicembre 1995

Bosman, chi era costui?

I fenomeni profondi, come la crisi del calcio italiano che è anche crisi di un paese, vengono sempre da molto lontano: nel 1995, la Sentenza Bosman cadde come una tegola su un mondo del calcio che era ancora nazionale e “sovranista”: da quel momento in poi i club hanno potuto schierare tutti gli stranieri che volevano. Era un terremoto di cui non si capiva allora la portata: dopo 30 anni l’Italia paga il conto, ma lo paga anche l’Inghilterra. Non è un caso che la sentenza arrivasse dalla Corte di Giustizia UE: ancor prima dell’Euro, l’ideologia globalità (senza tutelare gli interessi nazionali) faceva già danni.

Italia e Inghilterra sono le due pecore nere dei campionati europei, quanto a “sovranismo” calcistico: la Serie A conta appena il 33% di giocatori nazionali tra i club, con un tempo giocato risibile. La Premier League ha ancor ameno giocatori autoctoni, un misero 28%. Forse in queste due percentuali il motivo dell’insuccesso delle due nazionali: Serie A e Premier League sono solo due campionati di calcio che si disputano in Italia e in Inghilterra ma senza essere più né italiani né inglesi.

Calcio & Pil

Peraltro la constatazione smonta anche la tesi che per vincere nello sport oggi occorrano nazionali multietniche: oltre alla dolorosa sconfitta con la Bosnia, squadra che non ha oriundi o stranieri, ci sono gli esempi, più rilevanti, dell’Argentina, campione del mondo in carica; o quelli della Spagna e della Croazia, nazionali essenzialmente mono-etniche.

Andamento del Pil Pro Capite dall’Unità d’Italia a oggi (Fonte: CanaleSovranista)

Allargando lo sguardo a più decenni, si vede che il Mondiale del 2006 e gli Europei del 2021 sono stati solo degli exploit estemporanei e isolati, delle fiammate improvvise in un processo di graduale declino del calcio italiano.

A prima vista, la crisi della Nazionale è iniziata nel 2014, ultimo anno in cui gli Azzurri sono andati ai Mondiali. In realtà la scintilla del declino è da rintracciare in quel 1995, peraltro l’anno dopo la Finale, persa, contro il Brasile ai Mondiali di USA ’94. A ben vedere, i due trofei del 2006 e del 2021 sono state solo delle eccezioni in un lungo ma inesorabile piano inclinato.

Per apprezzare al meglio la tendenza basta sovrapporre l’andamento sportivo a quello economico: l’Italia è un paese che non cresce più dal 1990. Da 35 anni è in stagnazione, e lo stesso ha fatto il mondo del calcio al netto delle due eccezioni.

Dal 1990, l’anno dei Mondiali e canto del cigno dell’Italia, a oggi il paese è rimasto impantanato nella palude: la crescita economica è stata in media dello 0,7% all’anno, praticamente immobile. Ancor peggio la ricchezza dei cittadini: i redditi sono fermi da 35 anni (+0,4% medio) e negli ultimi 20 anni sono addirittura calati, ossia gli italiani si sono impoveriti.

Negli stessi decenni gli inglesi si sono arricchiti, come paese e come singoli cittadini, ma hanno speso male la loro ricchezza (almeno nel calcio). Invece di investire nei vivai calcistici, hanno incanalato le enormi risorse della Premier League (7 miliardi di Sterline di introiti) in un sistema calcio sempre più multinazionale e globale. Con il risultato, strabico, di avere un campionato eccellente e una nazionale scarsa, che però ai Mondiali di giugno ci andrà.

L’Italia, invece, si ritrova con un campionato scarso e una nazionale ancor peggiore.

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