L’ipocrita funerale di Alitalia e il pragmatismo inglese su BA

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Ora che Alitalia è defunta, sui social media è un’esplosione di prefiche: centinaia di Tweet di gente che rimpiange la la compagnia di bandiera, lasciata morire dopo 70 anni gloriosa storia sull’altare del liberismo all’italiana, dei vincoli Ue e del taglio dei costi.

Il famoso giornalista Gianni Riotta, ex direttore del TG1 ed ex editorialista del Corriere della Sera, è uno dei tanti nostalgici.

Ieri sera dall’aeroporto di Heathrow, è partito l’ultimo volo di Alitalia da Londra per Roma. Qualche passeggero ha voluto immortalare il momento:

Lacrime di Coccodrillo

Il bello è che chi oggi piange per la compagnia sono gli stessi infervorati che fino a ieri schiumavano rabbia per i soldi dei contribuenti che la compagnia è costata negli anni. E invocavano la fine degli sprechi. Sono stati accontentati. Anni fa il giornalista del Sole 24 Ore Gianni Dragoni aveva calcolato che Alitalia era costata allo Stato quasi 13 miliardi di euro in 45 anni (leggi qui l’articolo): fanno 290 milioni di euro all’anno. Alitalia è stata un buco nero di sprechi, nessuno lo nega. Perdeva soldi anche quando tutte le altre compagnie guadagnavano. Ma era un buco necessario. Ogni anno Italia spende milioni per le missioni spaziali: sono tutti buchi di bilancio ma nessuno se ne lamenta. Serve, si fa. La caccia alle streghe, in ossequio di un rigore di bilancio che in Italia non c’è in nessun azienda che svolga un servizio pubblico che abbia bilanci a posto (vedi la RAI per esempio,) ha alimentato un populismo puerile. Lamentano la morte di Alitalia, quanti ne hanno invocato la fine, per far risparmiare soldi allo Stato. Il medesimo Stato che ora dovrà spendere milioni di euro per pagare la CIG di migliaia di lavoratori Alitalia lasciati a casa.

Il confronto con BA e il Regno Unito

Alitalia deve morire, è giusto che muoia col beneplacito dello Stato e sotto i vincoli della Ue che impediscono gli aiuti di stato. Nel Regno Unito a nessuno verrebbe in mente di far morire la compagnia di bandiera. L’anno scorso il Governo anti-statalista e anti-socialista di Boris Johnson è corso in soccorso di British Airways senza battere ciglio. Durante la pandemia hanno concesso aiuti a pioggia e pagato gli stipendi di tutti i dipendenti.

Nonostante gli aiuti alla BA siano costati molto di meno dei miliardi spesi per Alitalia, è il principio alla base che marca la differenza abissale dei due paesi: gli inglesi, a prescindere dall’ideologia del governo, sanno che alcuni settori sono strategici. E vanno tutelati, no matter what. BA fa parte del gruppo IAG, è un’azienda privata, e dunque può tranquillamente fallire senza che nessuno sia obbligato ad aiutarla. Ma porta anche il nome “British” sulla livrrea. E Londra, a differenza di Roma, sa difendere molto bene i propri interessi nazionali. A scapito di creare altro debito pubblico, si sarebbe dovuta salvare Alitalia. Perchè ora il costo sociale rischia di essere molto più alto dei 290 milioni che ogni lo Stato spendeva. Di troppo libero mercato, di soli bilanci in ordine, si muore.

La mala gestio di Alitalia non ha mai aiutato a percepire la strategicità della compagnia per il paese. Sempre percepita soltanto come uno sperpero di denaro pubblico.

Un paese regalato alle Low Cost

Senza Alitalia, e con una ITA che nasce gracile, per la quale già si parla di Air France come potenziale acquirente, tutto il mercato aereo in Italia finirà in mano alle compagnie Low Cost; e alle grandi compagnie europee (Lufthansa, Air France e la stessa British Airways) per i voli internazionali e intercontinentali. Profitti che, nel caso di Ryanair, prenderanno la via del paradiso fiscale dell’Irlanda. Lasciando briciole di tasse in Italia.

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