La chimica chiude in UK, l’acciaio in Italia: USA e Cina festeggiano (e fanno soldi alle spalle dell’Europa)
La follia ideologica delle Emissioni Zero e l’altrettanto folle difesa a oltranza dell’Ucraina, per l’infondata paura di una presunta invasione russa, fanno un’altra vittima in Europa: il colosso Ineos. L’industria britannica, nata da una costola della divisione petrolchimica di BP, ha annunciato la sospensione di tre dei più grandi impianti chimici del Regno Unito.
Il magnate, Jim Ratcliffe, famoso anche al grande pubblico per essere uno dei patron della Scuderia Mercedes e del Manchester United, ha puntato il dito contro i prezzi dell’energia “assurdamente alti” nel Paese. L’Europa delle industrie che si riforniva, a buon prezzo e pure facilmente, dalla Russia, sta saltando un pezzo alla volta proprio sul gas.
Gli inglesi saranno pure usciti dalla Ue, ma condividono con il continente la medesima parabola di declino industriale: migliaia di posti di lavoro sono a rischio se gli impianti chimici dell’Humberside dovessero chiudere definitivamente. La colpa, però, non è della Brexit, ma dei costi del gas, saliti a livelli insostenibili.
I tre impianti dove Ratcliffe ha deciso di staccare, per il momento, la spina sono strategici, e non solo per la Gran Bretagna: da lì escono prodotti di base per le case farmaceutiche, per l’abbigliamento, per la cosmetica, per i detergenti, per l’edilizia e anche per il settore militare di molte aziende europee. Nel polo chimico di Ineos lavorano quasi 4mila detti, e peraltro sono tutte posizioni ad alto valore aggiunto: chimici e ingegneri.

Declino dell’industria europea
Ratcliffe è andato giù pesante, com’è nel suo stile di parlare senza peli sulla lingua: “Siamo costretti a sospendere l’attività di alcuni degli impianti più efficienti d’Europa; tuttavia, con prezzi del gas ormai 12 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e 8 volte quelli della Cina, semplicemente non possiamo competere”.
L’industria inglese è già in grossa difficoltà nell’acciaio, con British Steel che è la versione britannica dell’Ilva di Taranto. In Italia sono i Tribunali fanno chiudere le industrie (che sono inquinanti ma anche necessarie), nel Regno Unito è l’impennata delle materie prime.
Quelle stesse materie prime che prima costavano ai paesi europei molto meno e avevano anche un minore impatto ambientale. Ratcliffe denuncia il paradosso dei difensori dell’ambiente che però rifiutano il gas russo perché macchiato di sangue del tiranno Putin: «Il prezzo del gas nel Regno Unito, assurdamente elevato, non solo sta distruggendo la nostra base manifatturiera e i posti di lavoro di lavoratori instancabili nell’area di Humberside, ma sta anche aggravando enormemente l’impatto ambientale: i prodotti sostitutivi provengono infatti dagli Stati Uniti, comportando il doppio delle emissioni di carbonio, e dalla Cina, con livelli di emissione otto volte superiori.
La politica energetica del governo britannico sta provocando un vero e proprio vandalismo economico su scala industriale, esportando posti di lavoro verso Cina e Stati Uniti e facendo impennare, di colpo, le emissioni globali di CO2».

Morire per l’Ucraina e per le Zero Emissioni?
La chiusura, per ora temporanea ma potrebbe diventare definitiva, degli impianti della Ineos, così come la crisi della manifattura in Europa, sono l’onda lunga di due fattori a prima vista estranei: la Guerra in Ucraina, una mossa suicida per l’Europa che fa gli interessi di Cina (via Russia) e Stati Uniti; e del dogma delle Zero Emissioni, un nobile ideale ma che, applicato con fervore ideologico, distrugge l’economia dell’Europa, basata su manifattura che importa le materie prime.
Tempo fa, l’imprenditore Francesco Casoli, uno dei pochi industriali puri rimasti in Italia, senza azionisti stranieri o fondi speculativi nel capitale, ha lanciato un allarme dalla sua azienda, la Elica di Fabriano. Pochi l’hanno raccolto.
Qualche giorno dopo, Sir Ratcliffe ha indirettamente risposto a Casoli, anche se i due non si conoscono: di fronte a un’Europa sorda al dramma dell’industria del continente, senza una politica economica, se non quella di uno Stato Assistenziale, senza una visione industriale strategica, se non di convertire l’industria automobilistica tedesca in industria bellica, senza una politica ambientale, se non l’ottusa e utopica presunzione di salvare il clima mondiale (mentre tutti gli altri paesi inquinano), non rimane che la de-industrializzazione, ossia costringere gli imprenditori a chiudere quelle medesime industrie.
Produrre in Europa sta diventando anti-economico. Ma senza industria, senza manifattura, l’Europa che ha ormai perso la sfida tecnologica, che si gioca solo tra Cina e Usa; e quella dei capitali, che si gioca tra USA e Medio-Oriente, rimane solo un guscio vuoto.
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