Addio Tatcher, viva l’Austerità: per salvare i mercati, i Tory sacrificano le famiglie
In un solo pomeriggio di Ottobre, la Gran Bretagna ha cancellato, con un banale ma drastico colpo di spugna, 40 anni di dottrina economica. E, forse, addirittura 150 anni di liberismo e identità Tory.
Viva il pedante rigore di bilancio mentre il paese arranca, niente spesa pubblica per sostenere l’economia. Al paese sta per essere somministrata un’ottusa cura da cavallo che rischia di ammazzare il cavallo invece di guarirlo: Jeremy Hunt, il nuovo Cancelliere dello Scacchiere (ossia ministro del Tesoro) che assieme all’ex banchiere d’affari e neo Primo Ministro Rishi Sunak si appresta a guidare il paese, in poche ore ha smantellato tutta la finanziaria, di buon senso (anche se pasticciata) della fallimentare Liz Truss, il premier più breve di tutta la storia britannica.

A Londra già lo chiamano Jeremy Draghi. Il nuovo ministro è il tecnocrate che ha smantellato il pilastro fondamentale del Partito Conservatore: fisco leggero per i cittadini, poche tasse. Assieme a Sunak, fresco premier dopo la caduta di Truss, forma un ticket di governo che pende tutto verso i “mercati” e la City.
Più tasse per tutti
“Abbiamo dimostrato che anche i Conservatori sono capaci di alzare le tasse” è stato il manifesto di Hunt, mentre si presentava come nuovo ministro e smantellava la manovra economica della discordia del suo predecessore, e non si capisce se l’intento fosse ironico o meno. Perché i voti i Tory li hanno sempre presi per NON essere il partito delle tasse, e per lasciar scorrazzare gli animal spirits del capitalismo, fiduciosi che il mercato crei benessere per tutti. Alzare le tasse per aumentare il gettito e tappare buchi di bilancio è facile, oltre che il mantra dei Laburisti, è abbassarle che è difficile.
Mentre tutti, a partire dal prestigioso The Economist, hanno puntato il dito sulla presunta “Italianizzazione” del Regno Unito, il vero tema è che la patria del liberismo, del poco Stato e molto mercato, abiura sé stessa per abbracciare la divinità dell’Austerity, soccombendo al dominio della finanza.

Uscita dalla Ue per sfuggire alle burocratiche e soffocanti regole Ue, la Gran Bretagna si ritrova, a 6 anni dal referendum sulla Brexit, invischiata nella medesima morsa ideologica: “Ce lo chiede la City” è l’inflessibile mantra che ha schiacciato il governo. Liberatisi dai dogmatici Parametri di Maastricht, gli inglesi ci si ritrovano impantanati di nuovo. Il rigore di bilancio, feticcio dell’Unione Europea, ha preso il comando anche a Londra, che sarebbe invece dovuta diventare la capitale del pragmatismo e della flessibilità.
Viva l’Austerity
Ha vinto il “mercato”, ha vinto la finanza delle Borse e delle grandi banche d’affari. Per tranquillizzare i mercati, anche a costo di far cadere il Premier Liz Truss, che si era schierato dalla parte delle famiglie, il nuovo Cancelliere non ha avuto un attimo di esitazione a buttare tutto alle ortiche e varare una manovra che sembra scritta dalla Troika: conta solo lo spread, la finanza prevale su tutto. Addio sussidi, più tasse per far scendere il debito pubblico, manovra lacrime e sangue. Pur di accontentare i famelici mercati, si sacrifica l’economia reale, ossia le famiglie e le piccole imprese.
Anche Londra, dunque, capitola: durante il Covid e durante la crisi del costo della vita, il governo di Sua Maestà aveva mostrato un grande pragmatismo: liberare risorse, stimolare l’economia, alleggerire la pressione fiscale.
La ricetta è vecchia, è quella di Margareth Tatcher – che in realtà poi era quella di Arthur Laffer della Scuola di Chicago degli Anni ’80, di , ma è sempre valida. E dimostra ancora di dare risultati: quando un’economia rallenta, bisogna dare stimoli. Invece tra tassi di interesse al rialzo, decisi dalla Banca d’Inghilterra per raffreddare l’inflazione; e consumi al palo, la finanziaria di Hunt, tutta tasse e tagli ai sussidi, rischia di spedire il paese dritto dentro a una recessione.
Il tetto biennale ai rincari delle bollette, per famiglie e imprese, voluto da Liz Truss era sì a debito ma era anche un aiuto prezioso e necessario per milioni di persone che fanno fatica a pagare il riscaldamento. Moltissime piccole attività commerciali, a partire dai pub, stanno chiudendo per i costi dell’energia insostenibili.
Senza più quel cospicuo pacchetto, il paese si ritrova in mare aperto, in mezzo a una tempesta, e senza salvagente. Certo era un pacchetto che avrebbe fatto aumentare il debito pubblico (già oggi al 100% del Pil, livello record per il paese). Ma la soluzione è stata buttare il bambino (il Pil) con l’acqua sporca.
Londra come Atene?
In tempi di stagnazione economica (ultimo dato sul Pil in UK segna un insufficiente +0,2% che è meglio delle attese ma comunque insufficiente per evitare la crisi), con le avvisaglie di una recessione in arrivo, l’ultima cosa da fare è tagliare la spesa e alzare le tasse.
Altro che la Brexit, il pericolo per il paese sono politiche economiche draconiane, e molto di sinistra. Per anni, dopo il voto sull’uscita dall’Unione Europea, giornali e tv hanno agitato lo spettro della Grecia per il Regno Unito. Non è mai successo. Ora, invece, rischia di succedere e non a causa della Brexit.
Dieci anni di sacrifici, di manovre restrittive e di austerità in Grecia, mirabilmente descritti nelle memorie di Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze del governo Syriza, sembrano non aver insegnato nulla. La finanza ripete il suo mantra: i mercati richiedono rigore di bilancio. Sacrifici che non pagherà la City, però. Ma i cittadini, su cui cadrà una pesantissima tegola tra costo della vita sempre più alto, caro bollette e nessuna rete di protezione.

Il Regno Unito da qui a 10 anni potrebbe, ora per davvero, diventare una nuova Grecia. E’ la vittoria della finanza, dei mercati. Se poi l’economia reale deraglia, è solo un effetto collaterale trascurabile. Quando una valuta o i Titoli di Stato contano di più dei bilanci delle imprese o della spesa delle famiglie, qualcosa nel sistema non funziona. La finanza dovrebbe stare al servizio dell’economia reale, dei paesi, dei cittadini, non il contrario.
Gli inglesi rimpiangeranno l’ex Cancelliere Kwasi Kwarteng, frettolosamente liquidato come un incompetente. Aveva somministrato una ricetta giusta, ma da pivello l’ha gestita malissimo. E l’ha comunicata ancor peggio, mandando in panico i mercati e tirandosi dietro una pioggia di critiche.
Con il “competente” e “rassicurante” Hunt, invece, i mercati si sentono più al sicuro: il Regno Unito non diventerà una cicala italiana, che pigia sulla spesa pubblica e fa debito. Tutto risolto, dunque? Nemmeno per sogno.
La Resolution Foundation, fondazione dell’ex primo ministro Gordon Brown, di area liberal-progressista, ha calcolato che l’aumento delle tasse, per risanare i conti pubblici, porterà il prelievo fiscale al 36% del PIL nel 2024, mentre a inizio legislatura, nel 2019, era al 33%. Sarà il livello più alto di tassazione dal 1950 quando il Regno Unito era appena uscito, vittorioso ma a pezzi, dalla Guerra e l’Austerità dilagava.
A fare i più realisti del Re, a essere più rigoristi di Bruxelles, ad abbracciare l’Austerity con un’economia in stagnazione, si crea povertà. Altro che spesa pubblica fuori controllo.



