Capodanno troppo caldo. Da Glasgow a Londra, il cortocircuito tra Clima e Covid.
Sul Golden Jubilee Brigde di Londra, ponte pedonale sul Tamigi inaugurato nel 2002 dalla Principessa Anna, sorella di Carlo, il pomeriggio del 31 dicembre c’è una folla che si fa selfie a tutto spiano: il un tramonto spettacolare colora di rosso la sagoma di Westminster e del Big Ben (che dopo anni di restauri, ingabbiato da impalcature, ora sta tonante alla vista). Il termometro segna un sorprendente (e preoccupante) 15 gradi. Sarò pure piacevoli per inglesi e turisti passeggiare nel tepore, dopo giorni di grigio e pioggia, ma non è normale: non era mai stato così caldo a Londra per la New Year’s Eve, la sera dell’ultimo dell’anno.
Quando il Tamigi era ghiacciato
Se mai ci fosse bisogno di una ennesima prova del problema clima, eccola qui: nel ‘700 faceva così freddo che il Tamigi giacchiava per metri. Le carrozze ci transitavano, e si teneva pure una “Fiera del Ghiaccio” con tanto di tende e capanne costruite sopra il letto ghiacciato del fiume.

Il clima è un’emergenza mondiale e, a inizio novembre, tutto il mondo si è riunito a Glasgow, in Scozia, per cercare di salvare il pianeta. A freddo (anche se non fa il freddo che dovrebbe fare a Natale), alcune riflessioni: Cop26 è stata la versione reale di Don’t Look Up, il film cult di Netflix con Leonardo Di Caprio: un mix di allarmismo, negazionismo, interessi privati di poteri forti, demagogia e opportunismo politico. Gli ingredienti utili per tante chiacchiere e zero risultati.
COP26? Una gita scolastica
Il giorno dell’apertura di Cop26, all’ingresso dell’immensa area che ospitava ls conferenza sul clima, una fila enorme di giornalisti per ricevere in omaggio il kit di benvenuto: contenevano l’ormai patetica e onnipresente borraccia, che in teoria dovrebbe servire per non comprare bottiglia di plastica, ma tutti ne abbiamo in casa a decine), mascherina griffata Cop26 e kit per fare il test Covid. Ne sono stati distribuiti a migliaia, e come tutte le cose gratis, sono stati il trionfo dello spreco e della plastica. Decine di migliaia di test usa e getta sono stati fatti in quei giorni, il che è significato tonnellate di plastica. Regole fobiche delle Nazioni Uniti richiedevano a tutti un test al giorno, vaccinati e non, per entrare. Migliaia di giornalisti, gli stessi da che due anni ogni giorno riempiono i loro social con l’inutile e dannoso bollettino quotidiano dei contagi, stavano rinchiusi in una sala stampa, senza vedere nulla di persona di quello che succedeva, ma semplicemente ricopiando comunicati stampa e post. Che senso ha avuto essersi mossi in massa?

Il trionfo dell’ipocrisia
Ciliegina sulla torta dell’ipocrisia, che oggi va sotto il nome più figo di greenwashing, i jet privati: dall’ex presidente degli Stati Uniti, e premio nobel per la pace, Barack Obama, icona progressista del bene, alla presidente dell’Unione Europea Ursula Von Der Leyen, la sacerdotessa della Transizione Verde, i vip sono tutti arrivati nel loro bell’aereo personale. Oltre 400 jet son atterrati all’aeroporto di Glasgow. Alla faccia delle emissioni zero: tonnellate di Co2 prodotte solo per andare a ripetere ovvietà e banalità da un palco; e farsi ritrarre in una photo opportunity. Il Climate Train di Avanti ha mostrato come si sarebbe anche potuto portare tutti (o quasi) a Glasgow in treno invece che salire a bordo di jet inquinanti. Se le Nazioni Unite vramr avesse voluto davvero far qualcosa di concreto per il pianeta, avrebbero dovuto organizzare il COP26 via Zoom, invece di far spostare migliaia di persone da tutto il mondo. A Glasgow, è stato messo in piedi un circo autoreferenziale, più che una conferenza, una grande gita scolastica, piuttosto che un consesso accademico. Che ha inquinato ancor di più, mentre si riempiva la bocca di voler fare il contrario.
L’esercito di Greta
A Glasgow si è presentata, come ormai lo showbiz richiede, anche l’eroina Greta, adolescente trasformata dai media in una sorta di Fedez ambientalista, di celebrità ecologica che dovrebbe essere fonte di ispirazione per i giovani. Che infatti si sono presentati in massa a Glasgow a protestare: tutti in mascherina usa e getta; tutti con in mano un cellulare, fatto in Cina depredando materie prime; tutti vestiti con giubbetti che sono al 90% sintetici (ossia derivati del petrolio). Altra plastica, al grido di “salviamo il pianeta”. Pensare di risolvere problemi complessi come se fosse un mega assemblea dei studenti è una puerile utopia. Clima & Covid sono due parole che non vanno d’accordo. L’incarnazione di questo bipolarismo fobico-ecologista si trova, per esempio, in Selvaggia Lucarelli. La celebre opinionista, un tempo editorialista del Fatto Quotidiano e ora di Domani Giornale, si indigna, da brava persona attenta all’ambiente, per la montagna di mascherine buttate in terra.
Ma la signora Lucarelli è la prima ad alimentare il terrorismo sanitario, diffondendo la paura del virus, invocando mascherine e vaccini per tutti, e punizioni da campo di sterminio nazista per i Novax. Prima terrorizzano la gente, e poi si lamentano degli effetti di quel terrorismo da loro stessi generato.
Non so se Cop26 salverà il pianeta,probabilmente no. Ma ha messo a nudo la schizofrenia dei talebani verdi progressisti. Che, giustamente, si lanciano in crociate contro la platica, ma poi sono i primi a usarla. Che scagliano anatemi contro gli sprechi ambientali, ma poi corrono a fare il tampone ogni giorno per poter andare a fare l’aperitivo, rigorosamente vegano, in centro. Come diceva il rimpianto Giulio Andreotti: attenti ai partiti ecologisti. Sono come il cocomero: verdi fuori, rossi dentro.



