In Inghilterra non esistono gli Inglesismi

Una corsa in metropolitana a Milano è uno spaccato realistico del paese reale. L’italiano, inteso come lingua italiana, è scomparso. Sui cartelloni pubblicitari, ogni 3 parole 2 sono ormai in inglese. Sembra di essere nella Tube di Londra, perché ci vuole un dizionario Inglese-Italiano a porta di mano, o il traduttore vocale di Google.

Ecco una pubblicità a caso, presa tra le tante che sono affisse dalla ATM nei vagoni e nei tunnel della città meneghina. Un gruppo immobiliare che vende appartamenti. Ma, badate bene, sono case “Green” e “Smart”.

Record: in una frase due parole, due inglesismi.

Siamo quasi al record: su due frasi, brevissime peraltro, una è tutta inglese: sono rimasti solo gli avverbi a salvare la faccia dell’Italiano. Va bene l’inglesismo quando non c’è una parola alla in italiano, per es. tablet o pudding sono intraducibili. Ma perchè mettere più Green e più Smart invece dei semplici e nostrani più “verde” (tanto si capirebbe lo stesso che si tratta di ecologia) e più moderna?

Eh, ma vuoi mettere l’inglesismo. Infarcire il discorso di parole British è tutta un’altra cosa; le frasi con le parole straniere fanno apparire più colti, più avanti, migliori.

A Londra gli inglesismi non esistono, semplimente è la loro lingua inglese. C’è qualche italianismo, quando si va a prendere il caffè (usano i nostri nomi: Espresso, Macchiato, Latte, ecc) ma è poca roba. Le stesse pubblictà di prodotti italiani sono tutte tradotte e non usano “italianismi”. Ecco un cartellone gigante dell’aceto balsamico Mazzetti, affisso nella metro di Londra.

Pubblicità Subway
Italia sui cartelloni nella metropolitana di Londra. Italianismi banditi.

A Milano, invece, usare inglesismi, anche quando non è necessario, fa figo, fa metropoli, fa internazionale e dunque, automaticamente buono e giusto. In una città, e in un intero paese, dove l’analfabetismo di ritorno dilaga, dove a malapena si parla correttamente la propria lingua (vedi l’omicidio dei congiuntivi), la parola straniera rende più autorevoli. Il Latinorum di Azzeccagarbugli è sempre di attualità. Nel 1600 l’avvocato dei Promessi Sposi camuffa i suoi discorsi con paroloni latini per confondere le acque, per metterla nel sacco a Renzo e Lucia, due poveri contadini lombardi analfabeti. Nulla è cambiato in Italia in 300 anni: semplicemente, dal Latinourm siamo passati all’Inglesorum.

Oggi a Milano mica si fa una riunione di lavoro, si va a un meeting. Greta Thunberg è la paladina del Movie Green, mia una ambientalista. Andare in bici mica è ecologico, è green; perché la parola “ecologico” fa sfigati capelloni anni ’70; dire “green” invece fa sentire tutti “giusti”, al passo coi tempi. Le bici a noleggio a Milano si chiamano BikeMi. Ma perchè? Vero è che molto spesso l’inglese ha termini più pratici, ma Bike e Bici sono uguali: entrambe 4 lettere. Chiamare il “bike sharing” (noleggio biciclette) “BiciMi” non sarebbe stato lo stesso efficace.

In un famoso romanzo di Leonardo Siascia, Una Storia Semplice, (un giallo sulla mafia che a dispetto del titolo è complicatissimo e ne hanno pure ricavato un film bello quanto il libro), c’è una scena memorabile tra un vecchio professore di italiano e un suo ex alunno, capoccione che copiava sempre i temi, e che però nella vita è diventato un pezzo grosso. “Come vede anche senza il suo italiano sono arrivato fin qui” ironizza verso il professore. L’anziano intellettuale, senza scomporsi, replica: “L’Italiano non è l’Italino. E’ il ragionare. Con meno italiano lei sarebbe ancora più in alto”.

 

L’avvincente giallo Una Storia Semplice. Edizioni Adelphi

In una città di “fuffa” come Milano, dove gli operai sono scomparsi, e ormai tutti lavorano nel marketing e nella comunicazione, gli inglesismi sono il pane quotidiano, usati e abusati a sproposito. Sul sito di una nota azienda immobiliare milanese si legge che:

Il Gruppo XXXYY è il gateway al mercato italiano dell’asset management e del credit servicing nonché dei servizi integrati al real estate

Qualcuno ci ha capito qualcosa?

Il premio inglesismo dell’anno lo vince Italo: siete mai saliti su uno dei treni veloci ? Belli, nuovi, rossi fiammanti, prezzi regalati. Allora avrete scoperto sui treno Italo, mica c’è il capotreno. No, c’è il Train Manager. La cosa fa ancor più sorridere visto che la compagnia ferroviaria si chiama Italo, e dunque quanto di più patriottico. Forse sarebbe meglio chiamarli Amerigo o Britannia i treni, così sarebbe coerente col Train Manager.

Vuoi mettere, però, durante una cena o a un aperitivo, che si lavora come “train manager” invece che il più modesto capitreno . Oppure vantarsi di fare il “visual” per Gucci o per La Rinascente. Lascia a bocca aperta amici e interlocutori, che manco sanno cosa faccia un “visual”. Ma in realtà è un banale vetrinista. Lavoro dignitosissimo, ma dirlo in inglese ti fa sembra chissà chi. In un paese dove pochissimi studiano o parlano  l’inglese, le parole in inglese fanno piangere effetto, colpiscono, lasciano il segno.  La parola straniera dà un tono.

Come se non bastasse l’invasione di inglesismi nel mondo della pubblicità, nella tecnologia, nelle aziende, la cosiddetta cultura d’impresa, a mettere in subbuglio la già martoriata lingua di Dante ci si mettono poi pure i governanti, la pubblica amministrazione. A fine settembre, dal 26 al 29 , si terrà a Milano la Games Week 2019, la più grande fiera italiana dei videogiochi . Ma chiamarla “Settimana del VideoGioco” non funziona?

 

La Milan Games Week 2019: l’italiano è morto. Nemmeno il nome di Milano è stato risparmiato

 

A Milano è tutta ormai una Week per ogni evento. C’è la Design Week, che sarebbe quella del Salone del Mobile, la piazza famosa; e pi ci sono la Fashion Week, la  Week é tutto una week, e poi, sempre a semi,Sono tutti sponsorizzati, promossi e voluti dal Comune di Milano. Che magari tra un po’ si auto-definirà nei manifesti Milan Municipality, perché vuoi mettere quanto sarebbe “cool”?

Paradossi della globalizzazione: all’estero amano e studiano l’italiano più degli italiani. La lingua di Dante e Petrarca è parlato solo in Italia, appena 66 milioni di persone su un totale di 7 miliardi nel pianeta. Ma è la quarta più studiata al mondo, record con tanto di bufala incorporata (perché lo è da almeno 10 anni).

E invece l’Italia è il paese dove si usano più inglesismi in tutta Europa (tanto per fare un esempio Spagna, paese progressista e liberista modello in Europa per i diritti civili, una legge obbliga a tradurre le parole straniere, con effetti a volte anche buffi: il mouse del pc è diventato El Ratòn, il topo). La cosa più deprimente è che gli inglesismi purtroppo non equivalgono a sapere l’inglese, anzi. La gente, soprattutto i giovani, parlano pochissimo l’Inglese. Una lingua straniera implica la grammatica, la sintassi, un modo di ragionare, mettere in ordine soggetto, verbo, complemento; infilare parole straniere nell’italiano non equivale a conoscere l’altra lingua. Ma nel frattempo però si perde la propria lingua di origine.

Se una lingua dà il polso di una cultura, di un popolo o di una nazione, allora tocca constatare la morte dell’Italia. Anni fa qualcuno ci provo a cambiare la rota su Twitter andava di moda l’hashtag #DilloInItaliano per sensibilizzare la gente sull’abuso di parole straniere. Ma niente da fare.

I londinesi usano (poco) gli italianismi; i milanesi usano (troppo) gli inglesismi. Una modesta proposta: ma se ognuno usasse la lingua dei padri? Farebbe così schifo?

 

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