I “Portoghesi” a Londra non vanno in autobus (ma a Milano, sì)

Prendere l’autobus a Londra apre un mondo. Già c’è il fascino dei due piani, cosa a cui a Milano, nessuno è abituato. I “Double Deck”, letteralmente doppio ponte, esistono solo a Londra. Non si trovano da nessun’altra parte del mondo. E con il caratteristico colore rosso, sono il simbolo della città.

Ma questo è folklore, aspetto di colore locale. La vera sostanza è un’altra: prendere un bus a Londra è una lezione di educazione civica che vale più di mille materie scolastiche. I mezzi pubblici funzionano bene perchè tutti li pagano. E siccome tutti li pagano, funzionano bene.

Come fanno a pagare tutti? Si sale solo dalla parte davanti, e tutti devono sfilare davanti all’autista, che fa anche da controllore. Si paga una volta saliti a bordo: c’è un piccolo lettore, dove si appoggia la tessera abbonamento o la carta di credito, o il telefonino: non servono più i contanti. Semplice, pratico, user-friendly. Quando c’è molta gente che deve salire, si crea la coda e ci vogliono anche 3-4 minuti prima che il bus riparta. Ma così il sistema è infallibile: tutti pagano, non si scappa. Pure i turisti che spesso fanno gli gnorri, confidando che siano visti di buon occhio e che siccome non capiscono la lingua, devono versare l’obolo.

Non si sgarra, il meccanismo è rigidissimo. L’autista non riparte dalla fermata finché tutti non hanno pagato: chi non paga, per qualsiasi motivo, viene fatto cortesemente scendere. E se si rifiuta, il bus non si muove. E gli altri passeggeri inferociti fanno scendere il malcapitato “portoghese”. Chissà perché poi in Italia uno che sale sui mezzi pubblici a sbafo viene chiamato “portoghese”. C’è da immaginare che in Portogallo, chi non paga il biglietto venga chiamato “italiano”, visto che pure gli abitanti della Penisola quanto a indisciplina non sono secondi a nessuno.

La rigidità inglese può a prima vista sembrare inefficiente: se autista fa anche da controllore, i tempi si allunghino, ma in realtà gli orari delle corse sono tarati sul “tempo perso” alle fermate; ma la TFL, la faraonica azienda di trasporti pubblici di Londra, ha fatto di tutto per rendere il collo di bottiglia veloce e semplice: basta appoggiare la carta sul lettore. La modalità cashless riduce i tempi a zero.

A Milano, i mezzi pubblici  sono bellissimi: i vecchi tram in legno degli anni 30 sono una macchina del tempo dal fascino indescrivibile. Peccato però che tram e bus siano il regno dei furbetti. Il biglietto lo fanno in pochi, i “portoghesi”, ma basterebbe semplicemente dire gli “italiani”, dilagano. Se a Londra l’autista è un cerbero, a Milano è un docile barboncino da salotto: alle fermate si spalancano tutte le porte contemporaneamente. Folla di viaggiatori che sale e scende a casacci, nella confusione più totale. Ma soprattutto, senza alcun controllo; l’utente, come viene chiamato, deve salire già provvisto di titolo di viaggio, perché chiamarlo “biglietto” forse sarebbe stato troppo comprensibile, che va obbligatoriamente obliterato. Un mondo anti-diluviano, tutto di carta e burocrazia, che serve solo a nascondere l’inefficienza e prosperare i “portoghesi”. L’autista nemmeno fa la finta; non è autorizzato né titolato a controllare, dice il contratto di lavoro e i sindacati assecondano. Per quello ci sono i controllori di biglietteria, nome che già da solo fa venire i brividi per la inutile pomposità verbale e burocratica. Il sistema di Milano è burocratico, vecchio, ostile al cittadino: il biglietto va fatto prima di salire, a bordo non si può comprare. E se non lo fai arriva (di rado) la multa. A Londra non perseguitano nessuno: sali a bordo, paghi per un servizio, come paghi un caffè se lo ordini al bar.

 

 

La differenza abissale tra le due città, tra due culture, tra due civiltà è tutta qui. In Italia ci deve essere il controllore, gli ispettori che fanno la multa. Mentalità punitiva dove lo Stato, la res publica, è vista come qualcosa di ostile, ma anche da frodare in ogni occasione e dunque richiede controlli (che però non sono severi). A Londra, controllori sui bus nemmeno esistono perché l’autista fa lui da controllore. Può capitare di vederli, invece sulla DLR, il trenino automatico che va dal centro (zona di Bank e Tower Bridge) fino all’aeroporto di London e alla zona dei Docks. Ma in ossequio al pragmatismo anglosassone, che una mentalità capitalista e non punitiva, il controllore ha una pettorina con scritto “Revenue Protection”. Geniale.

Milano pare il Terzo Mondo: per qualche oscura legge e contratto sindacale all’autista “non compete” (espressione tipica della burocrazia italica) il controllo dei biglietti. Ci vogliono gli “addetti alla controlleria”. E già nell’uso delle parole, si colgono due mondi: la “protezione ricavi” è diretto, lineare, efficace. La “controllerà”, parola che esiste solo nel burocratese delle aziende di trasporti italiane, è un altro esempio di quel pessimo Latinorum (variante antica dell’Inglesorum) che ammorba l’Italia. La “controlleria”, che fa anche rima con burocrazia, non controlla nulla, e i portoghesi proliferano. A Londra invece i “portoghesi” non prendono l’autobus.

 

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